Il cardinale Angelo Bagnasco (nella foto a fianco), presidente della Conferenza episcopale italiana, parlando all’annuale assemblea dei vescovi, ha detto con la gravità che la circostanza richiedeva, che “la Chiesa non può e non deve coprire auto-esenzioni: evadere le tasse è peccato e un per un soggetto religioso è addirittura uno scandalo”. Quindi ha lasciato intendere che nel prossimo anniversario dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio, l’intera materia sarà rivista. Era ora. Sono oltre ottant’anni che il Vaticano, per usare il linguaggio del presule, mena scandalo con le esenzioni e i privilegi dovuti al Patto del 1929 con il Regime fascista. Si era giunti alla soluzione della “Questione Romana” dopo oltre mezzo secolo di tensioni e rivalità.Toccò al fascismo farsi bello agli occhi del mondo e concludere la pace con la Santa Sede archiviare lo storico conflitto che durava dal 1870. Fu per il prestigio internazionale che glie ne venne, che Mussolini fu più generoso del necessario e concesse alla Santa Sede agevolazioni fiscali e privilegi di cui la Chiesa aveva goduto solo nell’Ancien Regime. L’art.15 del Trattato esentava da qualsiasi tributo, in perpetuo, tutti gli immobili trasferiti alla Santa Sede, e tutti gli altri edifici nei quali la Santa Sede avesse in avvenire creduto di sistemare i suoi discateri. Furono esentate da ogni tributo imposto dallo Stato le retribuzioni, di qualsiasi natura, dovute alla Santa Sede, a dignitari, impiegati e salariati. Insomma il Vaticano non solo non pagava tasse sulle case ma era agevolato su ogni singola operazione fiscale e finanziaria: il che gli permise di accumulare in pochi anni un capitale immenso attraverso istituti di credito e banche d’affari. Lo Stato si accollava per giunta anche le spese di culto e di religione: il Vaticano aveva ottenuto che la propaganda della fede, questione eminentemente di Chiesa, la pagasse lo Stato italiano, ovvero il contribuente italiano, credente o no. Privilegi sfrontati che il Vaticano ha mantenuto in tempo di Repubblica, con l’esenzione dall’Ici e i copiosi finanziamenti alle scuole confessionali.
Siccome la questione è tornata a galla, il cardinale Bagnasco non ha potuto fare a meno di parlarne. Venne abolita anche l’imposta di “manomorta” che era in vigore in alcuni Stati italiani prima dell’unità e nel regno d’Italia dal 1867, come tributo sostitutivo dell’imposta di successione per impedire il progressivo accumulo delle ricchezze in mano agli enti religiosi. Prima del Concordato l’aliquota ordinaria della tassa di Manomorta era del 7,20% sulle rendite degli enti ecclesiastici, mentre gli istituti di carità, di beneficenza, e di istruzione pagavano lo 0,90%. Col Concordato l’aliquota dello 0,90% venne applicata a tutti gli istituti religiosi, senza eccezione. Ma la Santa Sede chiese e ottenne che fosse tolta anche quella e ciò che non aveva concesso il fascismo lo concederà la repubblica democratica e antifascista, abolendo ciò che restava dell’imposta di manomorta con la legge del 21 luglio 1954, dopo la riconferma dei Patti Lateranensi nella Costituzione repubblicana grazie al voto maggioritario del partito confessionale della DC e dei comunisti materialisti e atei. Così aveva deciso Togliatti, che perseguiva il disegno di un patto a due con la DC che escludesse tutti gli altri, mentre nel 1929 aveva bollato la Conciliazione come clerico-fascista, ovvero il prodotto di due totalitarismo, il Fascista e il Papato. (di ROMANO BRACALINI – lindipendenza.com)