“Lo scontrino, per favore”. Piccole rivoluzioni culturali crescono?

Al bar, a due passi dalla redazione, stamattina. In coda alla cassa per pagare, ho davanti un trentenne che compra un accendino. “Lo scontrino, mi scusi?”. Il cassiere lo batte con aria mediamente infastidita e poi mentre batte il mio mi guarda con sorrisetto malizioso, cercando una complicità che non trova.

Esco e raggiungo il mio predecessore. “Bravo, ha fatto bene a chiedere lo scontrino”. “Dobbiamo svegliarci” mi dice lui. “Dobbiamo farla noi, non la Finanza, la lotta all’evasione. Vedi, guarda qui” mi dice agitando il bigliettino che aveva già doviziosamente controllato. “Io ho speso un euro: di questo euro il 20, il 21%… quanto è? Vabbè, comunque è l’Iva. Son soldi dello stato, cioè nostri. E preferisco chiedere io che mi siano restituiti, piuttosto che la Finanza, che tra l’altro anche lei ha dei costi operativi per sostenere i quali, ancora una volta, paghiamo le tasse…”

L’aneddoto è piccolo, e vale forse solo i 21 centesimi di Iva cha fa recuperare alle casse dello stato. Ma, al contempo, mi piace pensare che segni un cambio di passo, che sia frutto di un cambio di clima culturale. Alessandro Rimassa, scrittore milanese trentenne, ha lanciato nei primi giorni dell’anno una campagna per sostenere questo “nuovo stile”. In rete impazzano siti e applicazioni che favoriscono la denuncia.

È vero, in Italia il problema non è solo l’evasione. Le tasse sono alte. La macchina dello stato è inefficiente e costosa, e molti esercizi commerciali non evadono (più?) per diventare ricchi, ma solo per sbarcare il lunario. Il grosso dell’evasione, e dell’elusione totale, si annida in macroregioni e in settori in cui domina ancora – nel 2012 – il “nero totale”. È vero. Ma è anche vero che le tasse sono roba nostra. Non sono bellissime, ma vanno pagate. E il mio collega di bar ha ragione: la Guardia di Finanza serve a poco, se noi non abbiamo coscienza di quanto servono a tutti le tasse che paghiamo.  (Jacopo Tondelli)

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