16 mln di voti in cerca d’autore

Dove andranno i 16 milioni di voti degli elettori meridionali nelle prossime elezioni? Non appaia strana la domanda, visto quanto siamo lontani dalle elezioni politiche, perché ha un altro senso, rispetto a quella previsiva che, naturalmente, sarebbe del tutto mal posta.

La domanda vera è: c’è oggi qualcuno che faccia una proposta politica per il sud? Una proposta vera, innovativa? Che rimetta questi elettori in qualche modo nella bilancia politica del Paese? La risposta è no. Eppure per qualunque imprenditore politico la domanda sarebbe tutt’altro che mal posta.

Vediamo perché.

Il primo punto è una constatazione: oggi quella che una volta si chiamava “questione meridionale” è del tutto derubricata. Le regioni meridionali sono scomparse dall’orizzonte dei commentatori, degli imprenditori politici (con qualche eccezione che vedremo), dall’attenzione generale dell’opinione pubblica. Eppure ci vivono 21 milioni di persone e 16 milioni sono gli elettori. Nessuno ha voglia di occuparsi del Mezzogiorno. Per altro di politiche per il Mezzogiorno non se ne vedono. Inoltre, quelle finora sperimentate si sono rivelate del tutto inadeguate. Qualcuno auspica qualcosa che ricordi la Cassa per il Mezzogiorno, visto che, dalla sua fine in poi, è andata sempre peggio, almeno riguardo all’intervento pubblico. La programmazione è stata fallimentare e oggi non si hanno neppure le idee, oltre che le risorse.

La derubricazione del Mezzogiorno passa attraverso due punti di vista opposti: qualcuno dice che è inutile fare alcunché di specifico per il Mezzogiorno e qualcun altro aggiunge che, comunque, sarebbe uno spreco. Come se ne esce? Come ne escono 21 milioni di persone?

Il secondo punto è che quasi tutti i fenomeni politici rilevanti degli ultimi anni sono nati, cresciuti e vissuti al nord. Viene dal nord Monti; è del nord Berlusconi; naturalmente è del nord la Lega; e persino Tangentopoli, di cui in questi giorni si celebra l’anniversario, è arrivato dal nord.

I movimenti del sud (si fa per dire, perché non di movimenti si tratta, ma di schegge del sistema politico in uscita dall’alveo dei partiti), quelli insomma dell’ ‘io-tu-noi sud’ o cose del genere, non sembrano avere alcun orizzonte, se non di piccole intraprese personali o poco più. Gli unici fatti che abbiano un significato popolare e generale arrivano dall’elezione di De Magistris a Napoli e Vendola in Puglia. Senza voler fare un’analisi socio-politica di questi due leader, non sembrano comunque essere una opzione generale per il sud.

Il terzo punto è la crisi del partito unico della spesa pubblica. Per ragioni soggettive (alla fine si sono rivelati tutt’altro che efficaci e senz’altro non un esempio di buon governo) e per ragioni oggettive (la difficoltà del bilancio pubblico a finanziare ancora la spesa nei termini del passato).

Se il partito unico della spesa pubblica ha fallito e non può essere più riproposto come opzione politica generale, cosa resta? Restano 16 milioni di elettori in cerca di una identità politica.

C’è oggi qualcuno, nel panorama politico, che è capace di proporre qualcosa di nuovo, di sostenibile, di coesivo per l’insieme delle regioni meridionali?

Domanda retorica che ne implica un’altra: c’è, sul piano delle idee, delle politiche, una visione unitaria del Mezzogiorno? Del suo ruolo in un’Italia diversa da quella che conosciamo e che il governo Monti passo a passo sta trasformando? Su quali basi, su quali idee si può fondare?

La risposta, intuitivamente, va configurata su vari livelli. Il primo è la sua classe politica. Si può dire che, proprio nel Mezzogiorno, con qualche rara eccezione, la classe dirigente non si è dimostrata all’altezza della situazione? E’ possibile fare un discorso sul sud, qualunque esso sia, che si poggi sulle attuali classi dirigenti? Temo di no. Perciò il ricambio è elemento necessario; non sufficiente, ma necessario.

Il secondo: è possibile che una nuova politica del sud risolva prima di tutto quella che nei manuali di economia sono definite le condizioni esterne all’agire delle imprese? Insomma criminalità e infrastrutture? Forse queste sono le due priorità. (Chiunque abbia a che fare con il tema degli investimenti dall’estero sa bene che l’obiezione fondamentale, e spesso unica, di chi potrebbe investire è proprio l’insicurezza personale e aziendale)

Nel sud ci sono condizioni macroeconomiche in astratto non male: livello di capitale umano istruito, disponibilità a fare lavori che al nord oramai sono abbandonati, una voglia di sviluppo che in altre regioni si è molto affievolita. Insomma alcune leve su cui giocare sono certamente disponibili.

Un terzo punto è l’estrema necessità di una competizione intra-pubblica. Perché l’alternativa deve essere solo chiudere o non chiudere le università, gli ospedali e gli altri servizi pubblici? Si può innescare un meccanismo di competizione delle risorse pubbliche all’interno degli stessi soggetti pubblici, che sia davvero selettiva? Si può portare alla responsabilità, non verso il governo nazionale, ma verso i propri elettori, chi governa le regioni del sud? Potrebbe, addirittura, essere il sud federalista, nel senso vero e pieno del termine?

Un quarto punto è il sud che funziona. Ci sono imprese che producono ricchezza e non debito pubblico. Ci sono enti locali che sono ben amministrati. Ci sono virtuosità che sono cancellate dall’indistinto negativo che avvolge ogni cosa venga dal sud. E’ possibile valorizzare le buone esperienze?

Un quinto punto è la semplificazione. Non c’è piano pubblico verso il Mezzogiorno che non sia un labirinto di provvedimenti, di obiettivi. C’è una produzione cartacea che fa impressione. Non si può pensare una sola opera, senza inventarsi un piano generale, che naturalmente resta lettera morta. C’è una superfetazione dei progetti. Non c’è soggetto che non proponga un piano, un progetto di grande ambizione che produce solo… un altro progetto ancora più ampio, ancora più astratto. Si può, di grazia, tornare a una qualche semplicità. Perché quando si parla del sud non si può mai parlare semplice, circoscritto, definito? Perché il fumo retorico (e il ‘benaltrismo’) estenua qualunque proposta?

Si potrebbe andare avanti. Ma la fiaccola tocca a chi vuole farsi imprenditore politico. Il premio è enorme: la rappresentanza di una popolazione che è pari a un terzo del Paese. E poi ci sarebbe anche il suo futuro. Così, en passant. Sarebbe la grande innovazione di cui l’Italia avrebbe bisogno. C’è qualcuno?  (di Antonio Preiti* – qdrmagazine.it)

*Economista. Direttore ricerca Censis. Laurea in Scienze Economiche, Master in Economia dello Sviluppo. E’ stato direttore APT Firenze e Rel. internazionali Comune Firenze; docente Luiss Management; consulente Ministero Economia. Giornalista pubblicista

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