Cronaca/Inchieste/Interno

I piccoli negozi verso l’estinzione

Sempre meno piccoli negozi indipendenti, sempre più punti vendita dei grandi marchi. Da McDonald’s a Calzedonia, da Benetton a Tecnocasa, crescono gli esercizi affiliati, quasi 2 mila in più dal 2010 fino a oltre 51 mila nel 2012, ma anche i dipendenti (185.200 persone occupate compresi i titolari, +17,4% dal 2010) e il giro d’affari, che tocca 21,8 miliardi (+5,8% in due anni), secondo l’Annuario del franchising a cura di Fif (Federazione italiana franchising) e Confesercenti. La crisi aumenta la competizione e se i dati sulle aperture e chiusure degli esercizi commerciali «somigliano sempre più a un bollettino di guerra», secondo il vicepresidente vicario di Confesercenti, Massimo Vivoli, con 10.600 aziende in meno nel primo trimestre 2012, anche nel mondo del franchising è in atto una lotta per la sopravvivenza.

«Nei prossimi due anni ci aspettiamo una riduzione dei marchi, fino anche al 10%», ha spiegato il responsabile dell’ufficio studi Fif-Confesercenti, Massimo Vergassola. I punti vendita aumentano ma appartengono sempre più a un’elite di brand di successo. Le opportunità più promettenti, secondo Vergassola, sono nel ramo food che fino a oggi ha avuto uno sviluppo ridotto (con il 13% delle insegne) rispetto a quello dei servizi (45%) e del non-alimentare (42%).

Le cause di questo sarebbero da cercare negli alti costi di investimento iniziale per questa tipologia di attività (circa 81 mila euro) contro i 33 mila dell’apertura di un’azienda di servizi. È così che ristoranti, trattorie, locali etnici e pizzerie contano insieme per appena il 3,9%% delle insegne. Mentre fast food e rosticcerie devono accontentarsi del 2,2%, come i supermercati e i discount. Molto più corposa è la quota dei servizi alla persona, dai parrucchieri ai calzolai passando per le tintorie e i centri estetici che, con il 24,1% delle insegne, sono la prima tipologia in assoluto davanti all’abbigliamento (21,8%) e ai servizi per la casa e l’ufficio (9,2%).

Seguono in classifica i servizi per il tempo libero, lo sport e il turismo (7,1%). In gran parte le reti italiane di franchising hanno una dimensione nazionale, solo il 25% ha punti vendita all’estero. Il 35% sarebbe interessato all’internazionalizzazione ma ha difficoltà legate principalmente ai rapporti con le banche e la burocrazia. Per espandersi entro i confini nazionali i marchi lamentano, invece, oltre al blocco del credito e la pressione fiscale, la bassa cultura imprenditoriale, la scarsa propensione al rischio e la limitata capacità finanziaria dei loro interlocutori.  (ilportaborse.com)

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