Cronaca/Interno/Politica

Il Monti bis è pronto. Ma a cosa serve allora votare?

Se l’espressione “governo dei tecnici” possieda un qualche senso è certamente discutibile. Se non altro per l’ovvia ragione che non si dà governo senza scelte politiche. Come risolvere “tecnicamente” questioni che investono  diverse concezioni della convivenza civile, dai rapporti con la chiesa, alla libertà di espressione, dal diritto di sciopero a quello di famiglia, per fare solo pochi esempi? Tuttavia, i ministri “tecnici” non se ne astengono affatto. Ma, d’altra parte, ci si potrebbe chiedere con altrettanta legittimità se l’espressione “governo politico” sia dotata al giorno d’oggi di maggior senso. Se si intende la politica come professione, e dunque come una tecnica più o meno specialistica, agli elettori non resterebbe che scegliere i “professionisti” più abili e navigati. In fondo cosa ha fatto il cavaliere se non governare seguendo il modello tecnico dell’azienda e ricorrendo alla tecnica della comunicazione di massa? Entrambe scienze sulla cui centralità e rispettabilità tutti erano disposti a giurare senza esitazione. E non è certo il ricorso alla demagogia a fare la differenza. L’imbonitore di Arcore spendeva la demagogia della promessa, i professori ricorrono a quella della paura. Chi sbandierando il paese di bengodi, chi mostrando le fiamme del girone degli indebitati. Ciascuno con l’abito adatto alla merce in vendita, la bandana o il completo grigio.

Ma a mettere la più seria ipoteca sull’idea stessa di un “governo politico” diverso e antitetico a quello “tecnico” è l’idea (definita impropriamente “pensiero unico” poiché non è di pensiero che si tratta) che esistano leggi oggettive e naturali dell’economia di mercato e dello sviluppo economico-sociale, quelle codificate dalla dottrina liberista, dalle quali non è possibile discostarsi senza precipitare nella barbarie e nell’indigenza. Leggi che definiscono il quadro tecnico entro il quale la professione politica è obbligata a muoversi. Due secoli di critica razionale ed empirica a questa non disinteressata credenza sono stati spazzati via con l’accusa infamante di ideologia. Il concetto stesso di economia politica, con tutti i suoi riferimenti ai rapporti sociali e ai rapporti di potere, è scomparso insieme alla sua critica. Nessuna delle innumerevoli dinamiche caotiche che hanno smascherato l’arbitrarietà di queste leggi, nessuna delle circostanze che smentivano il rapporto previsto tra cause ed effetti è stata in grado di arginare la fede nel liberismo. Di conseguenza non vi è governo politico all’orizzonte che non accetti di agire entro gli stretti limiti di discrezionalità lasciati liberi dall’ agenda delle “compatibilità tecniche”. A testimoniare della ristrettezza di questi limiti stanno il rassegnato accomodamento e il mutevole opportunismo che hanno preso il posto del consenso e la crescita inarrestabile dell’astensionismo, politicizzato e non. Quanto al pericolo di ritrovarsi con piazze inferocite e assalti ai forni è un problema che governi tecnici e governi politici si trovano comunque a condividere. E in questo caso la “tecnica” rischia di farsi militare.

Tra le “leggi di natura”, che si moltiplicano seguendo le vie della rendita finanziaria, la più citata da mesi a questa parte consiste negli impegni presi con l’Europa (che Eugenio Scalfari ha perfino l’ardire di definire un “bene comune”), della cui natura, tolta ogni retorica su democrazia e federalismo, una sola cosa è certa: che si tratta di una banca centrale e di una indiscutibile dogmatica economica e non del terreno di una politica capace di risalire ai rapporti di forze e agli interessi che hanno stabilito le regole oggi vigenti per contestarne la legittimità e neutralizzarne lo strapotere. Finché l’ Europa resterà un’entità tecnica, qualunque sia la forma del loro insediamento e i titoli democratici di cui si fregeranno, saranno i “tecnici” a governarne il centro e la periferia. E i cittadini le resteranno indifferenti se non ostili nonché esposti alla velenosa tentazione della sovranità nazionale.

Il dibattito italiano sul Monti bis è esemplare nella sua vacuità. Con una “politica” impegnata nel rivendicare prerogative che ha perso da un pezzo e una  “tecnica” cui, in una forma o nell’altra, resta l’ultima parola. Se ci atteniamo alla classica formula secondo cui il sovrano è colui che decreta lo stato di emergenza allora è del tutto evidente chi detiene la sovranità: i mercati finanziari. E il governo spetta dunque nella sostanza ai loro più esperti interpreti. Ma allora, se tutti rispondono agli stessi imperativi, quali ragioni spingono a ventilare una riedizione del cosiddetto governo tecnico o almeno un ruolo di supervisore e giudice supremo per Mario che però è oggi un uomo di Silla? La ragione è che, nella successione delle forme di governo, è giunto, e non da ieri, il momento dell’oligarchia. Le privatizzazioni, la distribuzione del reddito, la razionalizzazione del sistema dell’istruzione e di quello della sanità, perfino il trasporto ferroviario dove, esempio piccolo ma significativo, proliferano le carrozze destinate all’élite, recano tutti il segno di una idea oligarchica della società, ben più sostanziosa delle spudorate cialtronerie della cosiddetta “casta”. Questa pratica politica oligarchica, che si fa i suoi conti ma non è solo politica economica, bensì anche dettagliata configurazione delle vite dei governati, guarda con grande fastidio alle procedure democratiche e perfino lo spettro più addomesticato della rappresentanza che è vissuto come un freno, un elemento di inutile complicazione, una reazione ritardata rispetto al tempo convulso dei mercati. Di fronte alle contorsioni e al logoramento evidente della tecnica politica, la politica tecnica rivendica in prima persona un ruolo decisivo. La figura di Mario Monti e il partito di Repubblica, che ne invoca insistentemente la continuità, incarnano questa rivendicazione. E fin dai tempi di Giulio Cesare sappiamo che tra emergenze e salvataggi si cambia la forma dello stato. Senza nemmeno dover cambiare le istituzioni.  ( – glialtrionline.it)

About these ads

Un pensiero su “Il Monti bis è pronto. Ma a cosa serve allora votare?

  1. La dittatura impostaci viene vista quale “salvezza” ma salvezza da chi ? se non da una classe di politicanti che si esterna quotidianamente in scandali e ruberie, tra incarichi e mandati, tra consulenze e parcelle da capogiro. Il voto quale voto se ad essere candidati sono sempre da 40 anni gli stessi soggetti, e sono ancora li fino a quando non trasleranno ad altra vita. Le farse delle primarie servono solo a far credere che qualcosa possa cambiare ma non cambierà niente e nessuno. Questa dittatura potrà finire con un nuovo Robespierre.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...