Cronaca/Gay/Inchieste

I paesi dove i gay possono sposarsi (e dove no)

I matrimoni gay sono sempre più diffusi ma in 78 paesi l’omosessualità è ancora un reato

Il bacio di due poliziotti nel graffito del writer londinese Banksy

(Sara Banfi) – «Il 2012 e il 2013 verranno ricordati come gli anni delle leggi sui matrimoni dello stesso sesso». Così esordisce lo “State-Sponsored Homophobia report 2013”, un rapporto annuale sullo stato dei gay e delle lesbiche negli ordinamenti di tutti i paesi del mondo redatto da Ilga (International Lesbian and Gay Association), associazione internazionale che riunisce più di 400 gruppi omosessuali e lesbici.

L’ultimo paese ad aver introdotto nel proprio ordinamento il matrimonio gay è stata la Francia, dove lo scorso 23 aprile 2013 l’Assemblea nazionale, con 331 voti a favore e 225 contrari, ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sul matrimonio e l’adozione di bambini da parte di persone dello stesso sesso. Sempre nel 2013, un simile provvedimento era già stato approvato in Nuova Zelanda, il 17 aprile, e in Uruguay, l’11 aprile. Il numero di paesi in cui il matrimonio tra coppie dello stesso sesso è legale è così salito a 14.

Il primo paese al mondo a legalizzare l’unione tra persone dello stesso sesso furono i Paesi Bassi nel 2000. A seguire, vennero il Belgio nel 2003 e due anni dopo Spagna e Canada. Poi, nel 2006, venne il turno del Sudafrica. Il 2008 fu la volta della Norvegia e il 2009 della Svezia. Nel 2010 anche Portogallo, Islanda e Argentina legalizzarono le coppie dello stesso sesso e nel 2012 toccò alla Danimarca.

A questo elenco vanno aggiunti il Messico – dove il matrimonio gay è legale solo nel distretto di città del Messico – e gli Stati Uniti, dove è legale solo in nove stati (Massachusetts, Connecticut, Iowa, Vermont, New Hampshire, New York, Maine, Maryland e Washington) più il District of Columbia, cioè la capitale Washington D.C., dove ha sede la Casa Bianca.

In altri paesi è possibile ricorrere ad unioni civili che garantiscono solo alcuni dei diritti del matrimonio eterosessuale. Austria, Finlandia, Germania, Ungheria, Irlanda, Liechtenstein, Svizzera, Regno Unito, Brasile, Colombia, alcuni stati del Messico, degli Stati Uniti (California, Colorado, Delaware, Illinois, Hawaii, Nevada, New Jersey, Oregon) e dell’Australia (Australian Capital Territory, Nuovo Galles del Sud, Tasmania e Victoria) hanno legalizzato unioni civili tra persone dello stesso sesso che garantiscono quasi tutti i diritti contenuti del matrimonio. Invece, Andorra, Repubblica Ceca, Croazia, Lussemburgo, Slovenia, Israele, Ecuador, il Wisconsin e alcuni stati dell’Australia (Norfolk Island, Northern Territory, Queensland, South Australia, Western Australia) offrono alle coppie dello stesso sesso solo un sottoinsieme ristretto dei diritti garantiti dal matrimonio tra eterosessuali.

La legalizzazione dei matrimoni gay è forse il segno più evidente dell’avanzamento della promozione dei diritti dei Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali), ma progressi sono stati fatti anche in altre direzioni. Per esempio l’elezione di cittadini dichiaratamente omosessuali a cariche pubbliche locali e nazionali è il segno di un cambiamento dell’opinione pubblica.

Detto questo, l’associazione Ilga ci ricorda che ancora oggi «un terzo dei paesi del mondo considera rapporti tra adulti consenzienti dello stesso sesso un reato perseguibile per legge». Infatti, in 78 paesi (circa il 40% dei membri delle Nazioni Unite) l’omosessualità è ancora un reato. In questi paesi, che per la maggior parte appartengono al mondo musulmano, della regione africana o sono paesi in via di sviluppo, l’attività sessuale con persone dello stesso sesso è punibile con lunghi periodi di prigionia o addirittura con la morte. In particolare la pena di morte è prevista in Mauritania, Sudan, Iran, Saudi Arabia, Yemen e in alcune regioni della Nigeria e della Somalia. Sembra emergere una netta divisione del mondo tra “paesi Lgbti-friendly” e “paesi Lgbti-unfriendly”, risultato di processi culturali, sociali, politici e storici dei diversi paesi.

Bisogna ricordare che anche nei paesi cosiddetti “gay-friendly”, il cambio di attitudine verso i diritti dei Lgbti è un fenomeno recente. Solo cinquant’anni fa l’omosessualità era un reato nella maggior parte del mondo. Il Regno Unito l’ha legalizzata solo nel 1967 e la Corte Suprema americana ha eliminato le ultime leggi sulla sodomia, ancora in vigore in 14 stati, solo nel 2003. Oggi i sondaggi d’opinione mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica occidentale è a favore dei matrimoni gay, ma solo 10 anni fa due-terzi degli americani si opposero alla legalizzazione delle coppie dello stesso sesso.

La persecuzione legale dell’omosessualità si esplica in pene dirette da parte dello Stato, ma anche rendendo le minoranze sessuali più vulnerabili a ricatti, estorsioni o sfruttamenti. La legalizzazione dell’omosessualità non comporta un’automatica riduzione del rischio di persecuzione, sopratutto sociale e morale. «La questione della legalità dell’omosessualità è solo uno degli elementi, e non può da solo fornire una risposta al rischio di persecuzione fondata sulle preferenze sessuali degli individui» dice il rapporto di Ilga.

Del resto, l’attitudine delle nuove generazioni per una maggiore libertà sessuale e la miglior organizzazione degli attivisti dei diritti dei Lgbt, insieme alla secolarizzazione della chiesa, costituiscono solo un lato della medaglia. Anche nelle società occidentali persistono forze conservatrici e cattoliche ostili al cambiamento che vedono nel riconoscimento dei diritti dei gay e delle lesbiche una deriva immorale della società occidentale.

Lo si è visto con chiarezza in Francia. Il dibattito degli ultimi mesi sul matrimonio tra gay ha messo in evidenza le dinamiche e le posizioni della società. Da una parte c’è lo Stato, sostenuto dalla maggioranza dei cittadini, che legalizza il matrimonio tra le coppie dello stesso sesso. Dall’altra si trovano gruppi di minoranze conservatrici che si sono con forza opposte alla legge. Fino ad arrivare, con il suicidio dell’intellettuale Dominique Venner nella chiesa di Notre Dame, al massimo gesto di protesta possibile.

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