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Come è triste l’Happy Hour

Nei bar, nei locali e perfino nei musei impazza l’epoca degli aperitivi e dei cocktail. Gli esperti dell’alimentazione denunciano, però, gravi rischi. Le false promesse dell’alcol e della pubblicità.

Non c’è cosa più triste dell’happy hour. Di questo sono sicuri nutrizionisti, sociologi e studiosi del costume. La nuova moda, avviata dai Pub inglesi per catturare l’attenzione delle persone che escono dal lavoro, sta contagiando gran parte dei bar italiani. Neanche gli alberghi ed i ristoranti si sottraggono a questo nuovo “rito”. Dovunque si propongono nelle ore serali aperitivi a base di energy drink, prosecco, frutta, pizzette, polpettine, cruditè, liquori e pasticci vari. La proposta cresce, si moltiplica e acquista giorno dopo giorno nuovi contenuti. La risposta dei giovani è entusiasta. Con pochi euro si ha la possibilità di partecipare ad un rito serale collettivo, santificato dalle note del “Liga”, dove l’imperativo del divertimento è un obbligo grazie all’alcol che scorre ai fiumi.

Molti nutrizionisti mettono, però, in guardia contro i pericoli dell’happy hour che rischia di sconvolgere uno dei capisaldi della dieta mediterranea: la suddivisione dell’apporto calorico giornaliero in colazione, pranzo e cena. Nelle “ore felici” dei giovani, indotti dalla moda anglosassone, in agguato c’è l’insidia dell’alcol che assunto a stomaco vuoto è più difficile da assimilare e mette sotto sforzo il fegato. Neanche a parlare poi delle calorie contenute in cibi e bevande considerati leggeri. Le patatine, i pistacchi, i salatini, i crakers e i cocktail, hanno un contenuto calorico superiore a quello di un’intera cena. Per questi motivi gli esperti consigliano di arrivare agli aperitivi dell’happy hour a stomaco pieno, magari dopo aver fatto merenda e di non sommare l’apporto calorico a quello della cena. Insomma il disordine alimentare è a pieno regime.

L’assurdo gastronomico che diventa legge. Bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi? Molti giovani, sfrattati dai centri commerciali sacrificati sempre di più alle esigenze del dio consumo, non vogliono subire battute d’arresto. Considerano l’happy hour una conquista. Un nuovo spazio di socialità in cui prosecco ed energy drink, che contengono sostanze eccitanti di valore superiore a dieci tazzine di caffè, aiutano la discussione. Fanno volare alto la parola. Promettono uno sballo leggero al calare della sera. Senza neanche tanti rimorsi di coscienza. Basta eludere gli etilometri, diventati sempre più invadenti. Le aziende commerciali naturalmente approfittano della situazione. È stato calcolato che l’anno scorso in Campania sono state importate bottiglie di “bollicine”, consumate non solo a Natale ma anche nell’happy hour, per un valore superiore ai 60 milioni di euro. Un fatturato enorme se si considera in raffronto alla situazione di crisi dell’enologia locale.

Un’iniziativa intelligente, atta a cavalcare la tendenza, è stata assunta, però, dalle sovrintendenze dei Musei napoletani che hanno accresciuto notevolmente il numero di presenze, aggiungendo al costo del biglietto anche il gadget di un happy hour. Tutte le iniziative che portano gente nei musei sono lodevoli e degne di attenzione, però è certamente avvilente, nella patria di Luca Giordano, Salvator Rosa, Giacinto Gigante, dei Giustiniani maestri ceramisti, ecc., verificare che occorre un piatto di patatine e un drink per fare qualche presenza in più. Pensiamo al successo che potrebbero fare la pizza e i soutè cozze e vongole. A Roma, invece, i bar stanno usando l’happy hour per “rottamare” cibi che rischiano di andare fuori stagione, costruendo veri e propri outlet della gastronomia viandante. Insomma l’evoluzione è all’ordine del giorno e non si contano le deviazioni.

Chi gira per gli happy hour, però, ha notato che la felicità in questi locali è un optional. Prevale la logica delle comitive. Considerazioni urlate ad alta voce. Sguardi bassi. Lenti e monotoni movimenti delle dita che pescano nel fondo delle vaschette. Tanta solitudine. A pensarci bene l’happy hour è una moda alimentare non dettata da una necessità. I fidanzati, per scambiarsi sguardi d’amore, hanno inventato le cene a lume di candela. Gli uomini d’affari fanno colazioni di lavoro per cementare rapporti e scambi commerciali. Le società organizzate, basate sul nucleo della famiglia, hanno costruito la sacralità del pranzo e delle cene che diventano banchetti condivisi con amici e parenti nelle occasioni importanti della vita.

Anche il fast food evade una necessità. In qualche modo interpreta una esigenza e offre risposte non evasive. L’happy hour è invece una pura invenzione commerciale. Una performance alimentare che cerca di assicurarsi improbabili contenuti, contando solo sull’evocazione delle parole. (di Luigi Jovino)

Red

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