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Un film lungo un giorno per raccontare Napoli

NAPOLI (30 novembre) – L’idea è suggestiva: raccontare un giorno di Napoli con la sensibilità di ventiquattro diversi registi, uno per ogni ora. La prima immagine struggente: il panorama del Golfo che spunta dalla luce nebbiosa dell’alba , a poco a poco risplende di sole e poi s’illividisce nel buio della notte. La stessa inquadratura resa però mutevole per piccoli spostamenti progressivi. La bellezza come un patrimonio e una condanna. Una firma.

Ma non sarà così prevedibile il corpo di «Napoli 24», il film collettivo che domani passa al Festival di Torino diretto da Gianni Amelio. Perché nei tre minuti avuti a disposizione da ciascun autore, montati come un unico flusso dalla maestria di Giogiò Franchini, c’è posto per la rabbia e il dolore, la rivolta e lo sberleffo, la ferocia e la contemplazione. Ci sono i tempi pari e i tempi dispari di una città vittima della sua stessa disperata vitalità, i giudizi e i pregiudizi, la catastrofe della monnezza e la malìa della «bella giornata», l’orgoglio di sentirsi figli di Giambattista Vico e di Giordano Bruno e l’ironica consapevolezza di non poter rinnegare la parentela con Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio. C’è subito una citazione di Cuoco sulla Rivoluzione napoletana del ’99, che non è difficile leggere come una sorta di manifesto: «Dopo, Napoli non presentò che l’immagine dello squallore. Tutto ciò che vi era di grande, di buono, di industrioso fu distrutto…», e una voce fuoricampo racconta di una barca senza governo trascinata dalle correnti: «Bisogna abbandonare la nave, bisogna abbandonare le navi che affondano…». Ma può affondare una città che conserva nel suo cuore antico le meraviglie del Conservatorio di San Pietro a Majella e s’inventa un museo d’arte contemporanea apprezzato nel mondo, può soccombere ai suoi stessi difetti la tribù descritta da Pasolini, visceralmente consapevole della propria forza identitaria anche di fronte al disastro dei nostri giorni? «Dobbiamo riscoprire l’orgoglio di essere napoletani e meridionali», dice in un altro «frame» un neoborbonico in corteo davanti a Palazzo Reale, e sembra non rendersi conto che intorno a lui la piazza resta vuota. I ventiquattro autori non danno, naturalmente, risposte e però mostrano, con i loro sguardi profondamente diversi, tutta la complessità di un luogo, di una gente, di una cultura. Ecco il miracolo di San Gennaro e il sollievo dei fedeli per l’avvenuto scioglimento del sangue, ecco il culto di Santa Maria Francesca, la protettrice delle partorienti («il napoletano si aspetta sempre un aiuto dall’alto» dice sornione l’editore Tullio Pironti), e quella miscela di alto e basso che piacerebbe a Kusturica, con il matrimonio rom nella discarica a cielo aperto e la solennità delabré dei palazzi monumentali. La rivolta delle famiglie dei defunti davanti al cimitero di Poggioreale è potente quanto l’urlo di Antigone, l’immagine del maiale che grufola nella monnezza richiama certe provocazioni alla Bunuel. Ai provini le ragazze raccontano di sognare la tv «perché l’essere umano è egocentrico e io sono carismatica». Nei vicoli i ragazzi di malavita sniffano la coca sullo specchietto del motorino con una banconota da cinque euro arrotolata. A Porta Capuana i vecchi siedono davanti ai pochi negozi non ancora comprati dai cinesi, gli extracomunitari fanno capannello poco più in là. Stessa solitudine, identica marginalità. Non è stata facile la gestazione di «Napoli 24», nato dalla felice intuizione di tre produttiori di sicura professionalità come Angelo Curti, Nicola Giuliano e Giorgio Magliulo, realizzato in collaborazione con Rai Cinema e distribuito dall’Istituto Luce. Tre anni di lavoro, tra un’emergenza rifiuti e l’altra, la selezione di un centinaio di proposte, il coinvolgimento in un primo momento come coordinatore e poi come autore tra gli autori di Paolo Sorrentino. I registi del film sono trenta-quarantenni quasi tutti campani. Alcuni, come Pietro Marcello, Andrej Longo, Marcello Sannino, Mario Spada già noti, altri con variegate esperienze di set e di scrittura alle spalle. Si va da Giovanni Cioni a Bruno Oliviero, da Gianluca Iodice a Diego Liguori, da Roberta Serretiello a Luca Martusciello, e poi Nicolangelo Gelormini, Guido Lombardi, Mariano Lamberti, Stefano e Mario F. Martone, Fabio Mollo, Andrea Canova, Lorenzo Cioffi e Corrado Costetti, Massimiliano Pacifico, Federico Mazzi, Vincenzo Cavallo, Gianluca Loffredo, Daria D’Antonio, Ugo Capolupo. Curti, Giuliano e Magliulo li definiscono «coraggiosi testimoni dell’inesauribile vitalità creativa del nostro territorio», una città in movimento che anche dai luoghi comuni sa trarre misteriosamente freschezza. E parlano del loro lavoro come di «una ballata su una realtà da difendere e da denunciare, e soprattutto da non dare mai per scontata». Nel sottofinale, la risata amara sui funerali dell’arte e il requiem bizzarro dei Virtuosi di San Martino: «Aro’ ’a truove ’na città che fa cchiù schifo ’e Napule…». Chiude Sorrentino con il ritratto della principessa Luisa de Gregorio di San’Elia Cattaneo, ripresa con il figlio nei mirabili saloni della casa di famiglia o in terrazza, lo sguardo fisso su una Napoli nobilissima viva forse solo nella sua memoria. Dal basso, dal nulla, il richiamo di un venditore è un canto armonioso e incomprensibile come la voce di un muezzin. «Volevo raccontare gli ultimi fuochi di una classe in via d’estinzione», spiega il regista del «Divo», ora al montaggio del suo film americano con Sean Penn. E «Napoli 24»? «Mi piace moltissimo, è il frutto del lavoro di tanti giovani, magnifici registi. Una grande risposta a chi dice che nel cinema italiano mancano i talenti». (di Titta Fiore – ilmattino.it)

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