Cronaca/Interno/Politica

Faccia da Responsabile. Chi è Saverio Romano, a caccia del ministero dell’Agricoltura

È dispettosa la poltrona che dovrebbe occupare Saverio Romano: da giorni il più responsabile dei Responsabili prende la mira, la inquadra, fa per sedercisi sopra e quella, all’utimo, si sposta. Sembra una maledizione a cui nemmeno Silvio Berlusconi, noto per le abilità miracolose, riesce di trovare un antidoto.
PAZIENTE E CALCOLATORE. Così, nonostante i ripetuti annunci, Romano non è ancora ministro dell’Agricoltura. Lui, tuttavia, è «democristiano nel cuore e nella mente». E quindi conosce la pazienza, il calcolo, l’ars mediatoria. Ma anche l’affondo. Per questo alza la voce, fa capire che i suoi dovranno essere considerati alla pari di Lega e Pdl, coinvolti a tutti gli effetti nelle alchimie del potere, oppure sarà la guerra. Un assaggio? Il voto sull’election day. A cui i Popolari di Italia Domani, il partito fondato da Romano dopo la rottura con Pier Ferdinando Casini, hanno preferito i corridoi del Transatlantico. Perché avere la «faccia da responsabile», come ha affermato Romano, non significa lasciarsi scappare occasioni forse irripetibili.

Una vita democristiana

Romano, del resto, è in politica fin da ragazzino e sa come ottenere ciò che vuole. Nato il 24 dicembre 1964 a Palermo, a 15 anni è introdotto dallo zio nella vita della Democrazia Cristiana siciliana. Sceglie da subito la corrente di Calogero Mannino, tra i cui figliocci figurano personaggi come Totò Cuffaro, Salvatore Cardinale e Raffaele Lombardo, l’attuale presidente della Regione Sicilia.
CUFFARO, AMICO FRATERNO. Con Cuffaro, Romano tesse un rapporto di amicizia fraterno fin da ragazzo, che non si spezza nemmeno nei giorni in cui «Sasà» varca la soglia di Rebibbia dopo la condanna a 7 anni per favoreggiamento aggravato alle cosche e violazione del segreto istruttorio. Con Mannino, invece, la relazione si guasta con il tempo. Tanto da costringere recentemente il padre a declassare il figlio da «cavallo di razza» a «puledro».
DAI GIOVANI DC A MONTECITORIO. Tuttavia la sua carriera è brillante. Nel 1987 è delegato regionale dei giovani Dc. Divenuto avvocato penalista, negli anni 90 ottiene il ruolo di assessore alla viabilità, poi di presidente dell’Ircac, il più importante ente creditizio siciliano. All’alba del nuovo millennio il salto: nel 2001 è eletto alla Camera dei deputati per il collegio di Bagheria, poi è sottosegretario al Lavoro nel Berlusconi II e nel 2007 segretario regionale dell’Udc.
L’EREDE DEL CUFFARISMO. Schivo, ma affettuoso, pragmatico ma con anima, grande esperto di cucina e vini d’annata, Romano riesce a ritagliarsi un ruolo come erede dell’enorme bacino elettorale appartenuto allo scudo crociato negli ultimi 30 anni. Non solo grazie alle proprie virtù, secondo i maligni. Che in Romano vedono il braccio destro del cuffarismo. Il prosecutore, cioè, di un sistema di potere che, dicono in Sicilia, ha dilaniato l’isola dal punto di vista economico, sociale e ambientale. E che in Romano avrebbe visto l’uomo ombra, il tessitore di trame più o meno lecite.

Le accuse di mafia

Sono di questi anni, infatti, le infamanti accuse per concorso esterno in associazione mafiosa. Mosse una prima volta nel 2003, con archiviazione nel 2005. E ribadite dalle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, a cui Romano avrebbe chiesto voti con una frase da Padrino: «Siamo della stessa famigghia». La magistratura riapre il caso, valuta e (proprio nei giorni in cui emerge la candidatura a un dicastero, notano i soliti maligni) chiede nuovamente l’archiviazione. Romano, del resto, aveva precisato: «Intendevo dire la stessa famiglia politica, veniamo entrambi dalla Dc».
INDAGATO PER LE PAROLE DI CIANCIMINO. Risale invece al 2009 lo spiacevole racconto di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo e boss mafioso Vito, su Romano. A cui avrebbe pagato tangenti per un centinaio di migliaia di euro. Da allora è iscritto nel registro degli indagati per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. Non il massimo per chi si presenta come un uomo nuovo, lontano da una certa impronta sicilianista in odore di criminalità.
«PARLIAMO DI NULLA». Dalle parti di Romano, che colleziona avvocati, ma di porcellana, si minimizza: «stiamo parlando di nulla, Saverio non ha mai ricevuto un rinvio a giudizio e non è mai stato coinvolto in un processo». E poi Ciancimino, proseguono le fonti interpellate da Lettera43.it, «ha detto una cosa al mattino e il suo contrario al pomeriggio: ‘Non l’ho mai incontrato, l’ho visto solo in televisione’». Insomma, «mai avuta una contravvenzione», riassume Romano.
AMICIZIE SFORTUNATE. Chissà se il Quirinale, nel chiedere un rinvio del rimpasto di governo al Cavaliere, l’ha pensata allo stesso modo. Certo è che tra le sue amicizie non tutte hanno la fortuna di Angelino Alfano, a cui è molto vicino. Oltre a Cuffaro, infatti, i guai con la giustizia perseguitano altri uomini attratti nella sua orbita. Come il deputato regionale Fausto Fagone, arrestato lo scorso novembre, e Antonello Antinoro, accusato di voti di scambio con boss mafiosi.

Mister centomila preferenze

Romano, nel corso degli otto anni da indagato, rimane fedele alla sua tradizione e a se stesso. Sasà resta «un eroe». Bossi «un uomo malato» che «non è degno» della storia da cui proviene. Gli sforzi pagano ancora: alle europee del 2009, con ben 110.403 voti, è il più votato dei candidati di centro. Di cui, tuttavia, non tollera gli ammiccamenti a sinistra.
LA ROTTURA CON CASINI. Si rivela così più democristiano di Casini, con cui rompe a settembre 2010 dopo che il leader Udc ha deciso di appoggiare il governo Lombardo IV. Dopo un accordo con Massimo D’Alema, dicono dalle parti del Pid, che avrebbe previsto Pier Ferdinando candidato premier del centrosinistra come contropartita.
LA TERZA GAMBA. Romano fonda il suo partito, portando con sé il solito Mannino, Michele Pisacane, Giuseppe Drago e Giuseppe Ruvolo. Con i quali già a fine settembre, dopo aver inizialmente rifiutato le offerte del repubblicano Nucara (meglio una «opposizione responsabile»), è l’apripista per il progetto di costituire una «terza gamba» per Berlusconi. Dal 14 dicembre il progetto è realtà. Per quanto, difficile dirlo. Romano, almeno per se stesso, ha le idee chiare. Che c’azzecca con l’Agricoltura? «Non credo che le scelte politiche debbano essere fatte col titolo di studio». E le poltrone? «Noi non abbiamo chiesto niente e Berlusconi non ci ha proposto niente». Chissà che alla fine, sempre a causa della nota maledizione, non se ne convinca davvero. (di Fabio Chiusi)

 

 

Fonte: http://www.lettera43.it/politica/11101/faccia-da-responsabile.htm

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