Cronaca/Fisco/Interno

Il cappio di Equitalia. La società di riscossione: inviati 3 milioni e 400 mila solleciti nel 2010

Il detto che al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse potrebbe essere il suo motto. Equitalia, la società pubblica incaricata della riscossione nazionale dei tributi, batte cassa con una puntualità implacabile e una dovizia invano auspicata per altri uffici della cosa pubblica. Dall’arco alpino fino alle isole.
I risultati non stentano a farsi vedere – dati alla mano, solo nel 2010 sono stati recuperati dall’evasione all’erario 1,9 miliardi di euro e la massiccia cifra è già in incremento in questi primi mesi del 2011 – ma vanno inseparabili a braccetto con il proliferare delle inimicizie. E non solo per l’antipatia fin da contratto in dotazione al ruolo dell’esattore, soprattutto in tempi di crisi, ma anche per una serie di fattori che rendono particolarmente spinosa la faccenda.
COERCIZIONE E BUROCRAZIA. Lo sfasamento cronologico fra i tempi della riscossione accelerata messa in moto da Equitalia e quelli della vecchia giustizia tributaria, per esempio, o la contraddizione piuttosto invalidante tra l’efficiente (e impietosa per programmazione) macchina bellica della coercizione tributaria e il polveroso e spesso scricchiolante sistema burocratico collettore dei dati che le fa da supporto.
Così, sullo sfondo doloroso di capannoni ipotecati, trattori e furgoncini bloccati dalle ganasce, crediti pignorati, cartelle esattoriali che lievitano di migliaia di euro in pochi mesi e cifre da bollettino di guerra (nel 2010 sono stati inviati 3 milioni e 400 mila solleciti, emessi 1 milione e 600 mila preavvisi di fermo, tra cui 577 mila effettivi, ed eseguiti 133 mila pignoramenti), non di rado capitano casi grotteschi, veri e propri equivoci tragicomici ingenerati per lo più dalla scarsa connessione tra strutture periferiche e un’efficienza nella gestione dei dati non pari a quella messa nella riscossione.

La pressione fiscale più dannosa della crisi mondiale

A fronte di un banale errore di mancato aggiornamento di cifre nel sollecito, per un debito Irpef di appena un centesimo, un contribuente si è visto richiedere da Equitalia – tra «compenso di riscossione coattiva», notifica e spese di fermo amministrativo – la quota decisamente più cospicua di 313,59 euro, con tanto di minaccia alla Renault Mégane del malcapitato.
O come nel caso che Enrica Donati, medico di base riminese, che ha raccontato la sua storia a Lettera43. Alla signora è stato recapitato un sollecito di pagamento, perentoriamente accompagnato da un preavviso di fermo amministrativo per la sua macchina, per non aver pagato un contributo di 16 euro al Consorzio di bonifica della Romagna, in virtù di servizi di «bonifica e miglioramento fondiario». Peccato che la cifra si riferisse a un piccolo appartamento che il marito della signora, in comunione di beni con lei, aveva venduto ben 26 anni prima, senza evidentemente che il registro del catasto ne fosse aggiornato.
LA PROTESTA DELLE PARTITE IVA. Il contraccolpo più forte di questa situazione lo avverte il cosiddetto “popolo delle partite Iva”, la schiera laboriosa di piccoli imprenditori, commercianti, professionisti che, pur non abituata alle luci della ribalta e per vocazione non particolarmente incline alle polemiche, si è resa protagonista delle ultime proteste verso il “cappio Equitalia”.
Ultima, in ordine di tempo, quella organizzata da alcune associazioni (tra le altre Federcontribuenti, Confcontribuenti e Confconsumatori) che si è svolta il 16 giugno a Roma, di fronte alla Camera dei deputati, al grido di «Fermiamo gli usurai di Stato».
Il direttore dell’Ufficio legislativo di Confcontribuenti, Diego Menegon, ha spiegato che «non è dato sapersi se, in questi ultimi due anni, siano state ammazzate più imprese da una pressione fiscale di oltre il 43% o la crisi mondiale» e ha messo in guardia da un vizioso meccanismo a catena: nel lungo periodo la distruzione del tessuto produttivo, che rischia di verificarsi con queste condizioni, potrebbe erodere la stessa base imponibile e, di conseguenza, le entrate fiscali.

Sette mozioni bipartisan contro Equitalia

«Noi non abbiamo partecipato alla manifestazione, ma ne condividiamo gli intenti», spiega a Lettera43.it  la presidente dei Giovani imprenditori Confapi, Valentina Sanfelice: «Un sistema di riscossione coercitiva è comunque una maniera sbagliata di interpretare la regola. E bisogna considerare che il problema è a monte: sta nel senso di frustrazione che prova il contribuente per la mancata corrispondenza tra il peso fiscale elevatissimo e l’insoddisfacente contropartita di servizi forniti».
MALCONTENTO DIFFUSO. Il malcontento – che ha portato a più di un episodio di aggressione fisica ai danni di impiegati di Equitalia, da ultimo a Roma, martedì 7 giugno, allo sportello di via Benaglia – è diffuso e generalizzato. Tanto che si sta tentando di correre ai ripari. Ha già ottenuto il via libera alla Camera l’emendamento al decreto sviluppo a firma di Maurizio Fugatti (Lega) e Giuseppe Marinello (Popolo della libertà): prevede il no alle ganasce fiscali per importi inferiori a 2 mila euro; un prolungamento da 120 a 180 giorni della sospensione dell’azione esecutiva in attesa del pronunciamento del giudice e la decisione secondo la quale, dal 1° gennaio 2012, per quanto li riguarda, saranno i Comuni a dover provvedere in proprio al recupero delle entrate.
LE RICADUTE POLITICHE. E, d’altronde, la faccenda Equitalia riguarda la politica in senso strettissimo, persino in termini di voti. Stando a un’analisi del politologo Luca Ricolfi, infatti, facendo una mano di conti dei voti dei candidati vincitori nelle ultime due elezioni comunali, si scopre che «il pendolo elettorale ha drammaticamente punito la destra solo nelle regioni in cui la questione fiscale è più sentita, ossia nel Lombardo-Veneto e in Sardegna, da un anno in rivolta contro le vessazioni della Equitalia».
Ne ha fatto un suo puntiglio la Lega, su tutte le furie per il trattamento riservato alle piccole imprese, di cui è interlocutrice privilegiata al Nord, e sempre al fianco di allevatori, piccoli commercianti e imprenditori agricoli in tutte le battaglie contro il fisco statalista (del suo governo).
Ma non basta. Alla tetragona Equitalia è riuscito un quasi miracolo, per una – più unica che rara – volta ha messo d’accordo tutta la litigiosa politica italiana: maggioranza e opposizione, incredibilmente consenzienti, hanno approvato ben sette mozioni contro di lei. (di Cecilia Moretti)

 

Fonte: http://www.lettera43.it/economia/macro/18975/il-cappio-di-equitalia.htm

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