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Pdl: cambiare nome non serve, il problema sono i contenuti

bandiera pdl(scritto da ilsenatore) – Cosa cambia se l’onorevole Maria Rosaria Rossi è iscritta al PdL o a Forza Italia? Dov’è la svolta epocale se Fabrizio Cicchitto tornerà a cantare a squarciagola “forza, alziamoci, il futuro è aperto, entriamoci”? Ovviamente non c’è. Perché in politica, ed è pure una banalità dirlo, le mani di vernice non risolvono nulla. E chi pensa che una bella rinfrescata alle pareti basti per cambiare il corso della storia, è un povero illuso. Eppure questo sembra ormai essere il destino del più grande partito del centrodestra italiano. Dopo aver abbandonato la sede storica di via dell’Umiltà, i maggiorenti hanno deciso anche di seppellire il mammut capace di trionfare nel 2008 e di sopravvivere cinque anni dopo, nonostante le Ilde furiose e l’appoggio al governo delle sanguisughe tecniche. Basta, il PdL è finito. Si torna a Forza Italia. Lo ha detto Angelino Alfano, che del Popolo della Libertà sarebbe pure il segretario. Lo ha detto Giancarlo Galan, che di Fi fu uno degli esponenti più vista, tanto da rimanere governatore del Veneto per quindici anni.

Eppure non si capisce cosa cambierà, cosa pensano di ottenere i cortigiani da questa svolta. Il capo è sempre uno, ammaccato, triste e depresso. La corte non vede innovazioni nei suoi membri: tra cani bianchi e Pascaline canterine, sembra tutto uguale. Il problema è di contenuti, di idee. Non si può più parlare di rivoluzione liberale, dopo che per vent’anni questo è stato uno slogan tirato fuori dall’armadio solo in occasione di appuntamenti elettorali. Non si può parlare proprio di rivoluzioni, visto che in un decennio scarso al governo di rivoluzioni non si è vista l’ombra.  E lasciamo perdere gli inni alla formattazione di giovani volenterosi e sbraitanti che non appena vedono arrivare il gran segretario si prostano ai suoi piedi riverenti ed emozionati come neanche i lustrascarpe più bravi.

La gente cosiddetta moderata non è sparita, l’Italia (come diceva De Gaulle) rimane sempre un grande paese di destra. Il punto è che non va a votare, non ne può più. E’ esasperata, disillusa, annoiata. Di assalti al palazzo di giustizia di Milano non gliene frega niente. Guardano il conto in banca, il portafoglio, il prezzo della carne al supermercato. E’ lì che il PdL è mancato, alzando bandiere ideologiche non accompagnate da progetti credibili o realistici. Dire “via l’Imu” non basta, se poi non spieghi dove trovi quei soldi. E aggiungere che tra le priorità c’è la separazione delle carriere tra pm e giudici giudicanti significa non sapere cosa significhi “priorità” nella lingua italiana corrente. Ma per dare una sterzata decisiva, definitiva e propedeutica a non consegnare l’Italia al furbacchione prodiano Renzi, servirebbe tanto sale.

Carthago delenda est. Ecco, il modello potrebbe essere quello. Distruggere, buttare il sale affinché certi ceffi scompaiano per sempre e poi ricostruire vicino. Utopia? Forse sì, ma di impossibile, al giorno d’oggi, c’è davvero poco.

Fonte: http://www.daw-blog.com/2013/06/27/lettera-aperta-al-pdl-cambiare-nome-non-serve-il-problema-sono-i-contenuti/

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