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Da Arcore l’«ordine» della linea dura. Berlusconi, la tentazione di rompere subito

pdl roma2.jpg.pagespeed.ic.N3o4j20F4A(Tommaso Labate – corriere.it) – ROMA – «Allora, Angelino, torna a Roma e avvertili che se il Pd non mi dà risposte, voi ministri vi dovete dimettere. Se non succede nulla di nuovo, per me il governo deve cadere prima che si voti in giunta». Qualche ora prima, alle 9, Angelino Alfano era a Palermo, in via Isidoro Carini. All’ora di pranzo, invece, il vicepremier è a millecinquecento chilometri di distanza dal luogo in cui di buon mattino aveva partecipato alla commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa. È a villa San Martino, ad Arcore. Accanto a Denis Verdini, l’altro big pidiellino convocato d’urgenza nella residenza berlusconiana. Di fronte a entrambi c’è un Silvio Berlusconi tornato a minacciare la crisi di governo. «Se il Pd mi butta a mare, la maggioranza non esiste più».

Alfano ascolta pazientemente il Cavaliere. Già in mattinata, da Palermo, il vicepremier aveva chiesto ai Democratici di usare nella giunta del Senato «un approccio giuridico e non politico». Un approccio soft che, evidentemente, a Berlusconi non basta. Non a caso, qualche ora più tardi, il segretario del Pdl sarà costretto a ritornare sulla faccenda con toni molto più duri e con un avviso molto più chiaro: «Il Pd dica una parola chiara sulla retroattività della legge Severino».

I «falchi» del partito, a cominciare da Verdini, accreditano quella di Berlusconi come una «svolta». Ma non è escluso che, nella giornata di ieri, l’ex presidente del Consiglio abbia soltanto mosso un’altra pedina dell’eterna partita a scacchi che si sta giocando dal primo agosto tra Arcore e Roma. Anche perché, sempre ieri mattina, la temperatura dei rapporti tra i berlusconiani e gli ambienti più vicini al Quirinale è tornata ad abbassarsi fino a sfiorare il gelo. E tutto per il responso che quella task force governista e bipartisan che sta tenendo i fili del dialogo col Colle – di cui fanno parte Gianni Letta e alcuni ministri del governo – torna a ribadire al Cavaliere. Dicendogli che «la clemenza è una cosa e l’agibilità politica un’altra». Che «la prima esclude la seconda». E, soprattutto, che non esiste nell’ordinamento italiano alcun tipo di viatico normativo che possa consentire al presidente della Repubblica di intervenire sulla pena accessoria, e quindi sulla decadenza. Berlusconi risponde mescolando tattica e minacce. Se l’«uomo» viene descritto come «oscillante», «preoccupato», «ansioso» per il suo futuro e «propenso» a valutare la clemenza, il «politico» continua a muoversi con agilità. E sa benissimo, tema su cui anche i suoi avvocati hanno pareri unanimi, che da un eventuale tira e molla con la presidenza della Repubblica non si otterrebbe «neanche un centimetro di più» di quello che Napolitano ha messo in fila nella sua nota del 13 agosto.

E le minacce di ieri, allora? Nella cerchia ristretta dei berlusconiani c’è chi giura che il ritorno ai toni duri abbia molto a che fare con la disputa che sta andando in scena tra i senatori del Movimento Cinquestelle. Perché, è la teoria, «è possibile che una scissione tra i grillini agevoli i sogni su un fantomatico Letta bis. Ma – è la parte più importante dell’analisi – è ancora più probabile che quest’evento possa agevolare Berlusconi nel momento in cui il Senato arriverà a votare a scrutinio segreto sulla decadenza». Da qui il consiglio che l’ala dura del partito è tornata a dare all’ex premier, ma con nuove motivazioni: «Se stai fermo ad aspettare la clemenza non succederà nulla. Ma se invece minacci la fine della legislatura, vedrai come i voti segreti di tutti quelli che temono di perdere il seggio si moltiplicheranno a dismisura….».

È un sentiero comunque impervio e arrischiato. Ma sarebbe una delle ultime carte disperate che Berlusconi potrebbe decidere di giocare. Da qui la tentazione di arrivare addirittura ad accelerare «la pratica» nella giunta di Palazzo Madama per passare direttamente all’Aula. Da qui le minacce di ieri al governo. Che arrivano a un passo dall’allarme rosso solo perché Gianni Letta riesce a evitare che la situazione precipiti giù in giornata. E perché, in una triangolazione che parte da Alfano e arriva al ministero della Giustizia, matura in serata quella presa di posizione che porta il guardasigilli Annamaria Cancellieri a dire che «bisogna riflettere sulla costituzionalità della legge Severino». E la partita a scacchi continua.

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