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Renzi, lo scout democristiano che si è preso il Pd

Un passato con Ppi e Margherita, poi presidente della Provincia e sindaco di Firenze. Nel mezzo, la distruzione dell’immagine tradizionale del politico di sinistra e la rottamazione. Ecco come Renzi ha scalato il Pd

– ilgiornale.it) – Renzi il bischero, Renzi il berluschino, Renzi l’autoritario, Renzi il gallo, Renzi il pappagallo, Renzi il paninaro, Renzi il democristiano, Renzi lo showman.

Da oggi, Renzi il segretario. Di acqua sotto i ponti, prima di prendere il mano il Pd, ne è passata, ma in realtà nemmeno tanta. Perché alla fine il 38enne di Rignano sull’Arno non ci ha messo molto tempo per raggiungere la prima vetta. Un traguardo voluto, studiato quasi a tavolino e cercato in ogni terreno fertile, fosse anche quello del nemico. E infatti il sempiterno scout ha alternato le piazze fiorentine alle comparsate televisive in programmi considerati diabolici dalla sinistra vetusta, ha indossato ora giacche istituzionali ora giubbotti in pelle stile Fonzie. Un colpo al cerchio e uno alla botte, si direbbe, come da tradizione democristiana. Non per nulla una delle foto che è circolata molto in rete (cavalcata anche da Grillo) era quella in compagnia di Ciriaco De Mita. Un salto nel recente passato, fatto di passione, per la politica, per la visibilità, per il successo. Una carriera iniziata da studente universitario alla Facoltà di Giurisprudenza con l’impegno per la nascita dei “Comitati per Prodi” e proseguita come segretario provinciale del Ppi e come coordinatore de La Margherita fiorentina. Nel mezzo, esperienze da dirigente del marketing nell’azienda di famiglia e da caporedattore della rivista “Camminiamo insieme”. Marketing e comunicazione, due aspetti fondamentali nella costruzione del personaggio, ancor prima che della formazione dell’uomo politico. Nel 2004 arriva la prima elezione suffragata dai cittadini: Renzi diventa Presidente della Provincia di Firenze.

Quattro anni dopo si candida alle primarie del Partito Democratico per la corsa a sindaco con lo slogan “O cambio Firenze o cambio mestiere e torno a lavorare”. Non cambia mestiere, Renzi. Se abbia cambiato Firenze, lo giudicherà la storia. Nel 2010, a un anno dalla sua elezioni a sindaco, Renzi lancia l’idea della rottamazione, scatenando il primo putiferio all’interno del suo partito. Il primo giro va a vuoto. Anche il secondo, quello del 2012: perde al ballottaggio alle primarie con Bersani e, in silenzio, torna a Palazzo Vecchio. Nel frattempo, il rottamatore continua a distruggere passo dopo passo l’immagine tradizionale del politico di sinistra. Gliene sovrappone un’altra: dal partito liquido di Veltroni e da quello “lento” di Bersani al candidato glamour, moderno, popolare, rock.

Parla di abolizione dell’articolo 18, si avvicina alle posizioni di Marchionne, ottiene l’appoggio del mondo della finanza e di “capitalisti” come Flavio Briatore, varca la soglia di Arcore, incontra Berlusconi, punta (e lo dice senza fronzoli) sul bacino dei delusi del centrodestra, si scaglia contro l’immobilismo dei sindacati, vuole eliminare le correnti interne, discute i privilegi della casta. Ogni volta è un colpo al cuore per i democratici di vecchio stampo. Che non rimangono inermi, ma reagiscono. “Renzi è figlio del ventennio berlusconiano, fa campagna contro di noi”, tuonò la Bindi. “Se vince le primarie, sono guai per il Paese, ha atteggiamenti autoritari”, sentenziò la Camusso. L’”intellettuale organico” Michele Prospero, sulle colonne dell’Unità, chiosò: “La rottamazione? Un’idea fascistoide”. ”Si farà del male”, profetizzò D’Alema. “Gli avevo consigliato di aspettare qualche anno. Non mi ha dato retta. Forse non è così furbo come dicono, il rischio è che rottaminino lui”, se la prese Franco Marini (uno dei pochi a essere finito veramente rottamato). “Renzi? Nel partito ci sono troppi galli”, disse Dario Franceschini quando ancora non aveva intrapreso la via di Damasco (ora è uno dei più fervidi sostenitori del segretario). “Ex portaborse, sindaco per miracolo, ripete a pappagallo ricette di destra”, tuonò Stefano Fassina. “Mi ricorda il mondo dei paninari”, rammentò Matteo Orfini. Michel Gotor lo tacciò di “populismo”. La lista delle invettive è lunga e potrebbe continuare. Ma alla fine non ha cambiato il giudizio degli elettori democratici. Che non si sono fatti influenzare nemmeno dal nutrito carro di sostenitori dell’ultim’ora che il rottamatore (invece di buttar giù) ha fatto salire. Dal già citato Franceschini a Veltroni, da Di Pietro a Chiamparino, da Vendola a La Torre, da Fassino a Pisapia. Ora che è segretario, li butterà giù? Il tempo si incaricherà di dirlo. Al momento, quel che è certo è che la ruota della fortuna ha girato per il verso giusto. E questa volta non è quella di Mike Bongiorno.

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