Cronaca/Interno/Politica

Renzi dà i numeri

Mentre l’Istat certifica la crescita zero, il premier incolpa chi ha rilevato i dati e sostiene che “nei fatti” il Paese cresce. Siamo oltre gli artifici della parola, siamo all’invenzione di una matematica parallela…

renzi-5(di Gianluca Veneziani – lintraprendente.it) – I numeri li aveva dati già all’alba della pubblicazione degli ultimi dati Istat, allorché si era detto certo che “ci sarà un segno positivo perché i servizi sono aumentati”. Poi i numeri ha continuato a darli dopo, quando pure ormai era evidente che l’unico numero che certificava l’immobilità dell’Italia nel secondo trimestre del 2016 era lo Zero di ripresa. Allora si è reso necessario un doppio esercizio retorico, un salto carpiato da acrobata della parola. Da un lato Renzi ha provato a incolpare l’Istat, dicendo – come hanno fatto trapelare su Repubblica fonti di Palazzo Chigi – che il problema non erano i numeri ma chi li aveva rilevati, cioè un istituto di statistica “organizzato come trent’anni fa”, che dà troppo peso ai “dati manifatturieri, che pesano per il 20% appena sulla crescita totale” e troppo poco ai “servizi, che valgono il 70%”. Come dire, la responsabilità non è dei giocatori, i membri inadatti di questo governo che stanno disputando una partita pessima, ma dell’arbitro scorretto o incapace, che ci fa perdere… Peccato non fosse così quando i dati del Pil risultavano più incoraggianti. Intanto però, se proprio non gradisce quei numeri, Renzi può sempre epurare i vertici dell’Istat e sostituirli con uomini fedelissimi del Giglio Magico, oppure magari sbianchettare le cifre e cambiarle, ché quelle possono essere ritoccate e sostituite. Roba da 1984, anche se qui sembra di essere più che altro nell’Anno Zero.

La seconda strategia adottata da Renzi è quella di divergere l’attenzione, di spostarla su altri aspetti, sostenendo che la crescita del Paese non si vede da lì, dai freddi numeri (ma non era lui stesso ad aver certificato le sue lungimiranti riforme a suon di slide e dati il giorno prima?), ma dai “fatti”. E qua bisogna capire cosa intenda il premier per “dati di fatto”: si riferisce forse al Jobs Act che, lungi dall’incentivare l’occupazione, nell’ultimo mese l’ha fatta addirittura crollare? O probabilmente allude alla crescita impressionante di deficit e debito pubblico, che toccherà il suo record nel 2017? Viene il dubbio che ormai Renzi non si accontenti più di cambiare il senso delle parole, ma voglia trasformare i numeri, creare una matematica parallela, renziana, non-euclidea…

No, perché se gli ultimi numeri da soli non bastano, allora uno deve fare mente locale alle promesse passate di Renzi e al suo annuncio di trasformare in tempi brevi il nostro Paese nel Numero Uno in Europa, addirittura sopra la Germania; salvo poi ritrovarsi qualche tempo dopo fermo allo Zero. Deve ricordarsi della presunzione con cui Renzi andava in Europa da Special One, salvo poi ritornarsene con Zeru Tituli. E dovrebbe recuperare la serie impressionante di riforme che Renzi aveva scadenzato, una per ogni mese, e che hanno avuto un impatto risibile nella vita economica e sociale del nostro Paese: non si sono visti scossoni in termini di occupazione, produzione industriale, attrazione di investimenti stranieri, tanto meno in termini di riduzione fiscale, abbattimento della spesa pubblica, snellimento della burocrazia. Tutto fermo, tutto immobile come prima. Appunto, a Zero. Lo zero come metafora del vuoto cosmico dei progetti dell’esecutivo e del buco creato nei conti pubblici…

Ma quello zero indica pure il voto in pagella che il premier si merita, lui che pareva destinato a guadagnarsi almeno la sufficienza piena per lo sforzo profuso e l’ambizione che ci metteva. Non sembrava tipo da dieci e lode, ma lo avresti promosso e incoraggiato, perché sembrava un ragazzo di belle speranze. E così hanno fatto gli italiani per un paio d’anni, credendo in lui. Ora però, al giro di boa del suo esecutivo, è rimasto poco da sperare…

La beffa è che a lungo eravamo ancorati allo spirito dello zero virgola, e lo motteggiavamo per questo, perché il premier si limitava a far muovere il Paese a passettini, in modo quasi inavvertito, con segnali timidi di ripresa. E invece poi abbiamo scoperto che eravamo stati fin troppo ottimisti. No, il Paese non cresce dello zero virgola. Il Paese non cresce affatto. E la virgola resta solo un apostrofo rosa tra le parole “Renzi, vai a casa”.

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