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“Uguale sarà lei”: di Marco Travaglio

festa del fatto(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano)Tre scene dalla Festa del Fatto a Marina di Pietrasanta – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 4 settembre 2016, dal titolo “Uguale sarà lei” .

1) Il cameriere del bar mi saluta con calore: “La seguo sempre, dottor Travaglio. Allora, con ’sto referendum ce la facciamo?”. Rispondo: “Difficile ma possibile, anche se quelli del No non li fanno parlare in tv, c’è sempre il passaparola”.E lui: “Ma io chiedevo se ce la facciamo col Sì, noi qui nella zona siamo tutti per il Sì: per mandare a casa tutti questi politici”. Rispondo: “Mandare a casa questi politici? Ma lo sa che i politici in Italia sono un milione e la ‘riforma’ che stravolge 47 articoli della nostra Costituzione ne manda a casa appena 215?”. E lui: “Ma almeno aboliscono il Senato!”. Io: “Magari! Lo mantengono e non ce lo fanno più eleggere. I nuovi senatori li fanno nominare dai consigli regionali”. Il poveretto si fa scuro in volto: chissà chi gli aveva raccontato quelle frottole (domanda retorica, sappiamo benissimo chi gliele ha raccontate: un tg o un giornalone qualsiasi, o un galoppino governativo qualunque).

2) Dibattito della Festa del Fatto, tra Gustavo Zagrebelsky e il ministro Andrea Orlando. Il professore esordisce con un concetto semplice quanto illuminante (spesso sono le cose più semplici a sorprenderci, perché non ci facciamo più caso): “Il Paese non ha bisogno di un’unità nazionale fittizia tra tutti gli italiani, come ci viene chiesto in questi giorni. Non siamo tutti uguali e la politica deve scegliere. L’unità che serve è quella delle forze buone, che non sono tutti i cittadini, ma solo una parte. Quelli che non rubano, non evadono il fisco, non truccano appalti, non colludono con le mafie, non distruggono le coste, non costruiscono case abusive o fuori norma, non sfruttano i lavoratori, non ignorano i propri doveri e non calpestano i diritti. Il primo guasto di questa ‘riforma’ costituzionale è quello di spaccare non il Paese in generale, che nel senso appena detto è bene che sia diviso, ma la sua parte buona, che si dividerà fra il Sì e il No a una riforma dannosa, mal scritta, destinata a non funzionare e, soprattutto, di cui nessuno sentiva l’esigenza. Ma perché?”. Già, perché? C’è un sacco di gente perbene, come il cameriere del bar, che sarà trascinato da argomenti fasulli a votare Sì contro tanta altra gente perbene che voterà No. Che vinca l’uno o l’altro, sarà comunque per pochi punti o decimali. E l’Italia avrà – per la prima volta nella storia repubblicana – una Costituzione di parte, condivisa da metà della popolazione e vissuta dall’altra metà come un pericolo o un pasticcio.

Al contrario di quel che è stato finora, grazie ai padri costituenti eletti nel 1946 col proporzionale, che nel ’47 votarono un testo condiviso quasi all’unanimità, saremo divisi in due fazioni. Non tra gente perbene e gente permale, come cantava Lucio Battisti: perché la faglia che separa il Sì e il No spacca trasversalmente i perbene e i permale, lasciandone un po’ di qua e un po’ di là. E questo mentre le trombette e i tromboni della propaganda governativa predicano l’unità nazionale, proprio su un tema – quello del terremoto – che dovrebbe segnare una netta, profonda, irriducibile spaccatura tra i carnefici e le vittime. Tra chi costruisce case di sabbia e chi ci rimane sotto. Tra chi risparmia sui materiali per pagare tangenti a spese nostre e chi paga le tasse sperando di contribuire al benessere di tutta la collettività. Tra chi assegna appalti e licenze edilizie fuorilegge e chi piange i morti o non può piangere perché è morto. Tra chi chiede o approva leggi a vantaggio dei soliti farabutti e chi ne paga le conseguenze. Tra chi devasta il territorio e le tante Cassandre che predicano nel deserto contro il consumo del suolo e la cementificazione selvaggia, in difesa della legalità e dell’ambiente. Come potrebbero queste due Italie stringersi nell’auspicato (da alcuni, non da noi) abbraccio dell’unità nazionale? Purtroppo votano entrambe, le due Italie. Dunque è impensabile che la classe politica rinunci ai voti di quella permale. È il vero guaio della democrazia che – diceva Churchill – è il peggiore dei sistemi, esclusi tutti gli altri.

3) A Zagrebelsky risponde il ministro Orlando. Le centinaia di lettori e… (…)

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi

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