Cronaca/Interno/Politica

Dal sisma al caos M5s: il premier sfrutta tutto per il Sì

Gli annunci su Casa Italia e il silenzio su Raggi. Il piano per recuperare consenso

E il premier, alle prese con l’emergenza sisma e con i guai capitolini di quella che sembrava candidarsi a principale alternativa politica al Pd pure in chiave di governo nazionale, ha sposato una strategia che al momento sembra redditizia.

Sul terremoto, per dire, il presidente del Consiglio ha scelto di smettere i panni da leader dem e ogni visita ai luoghi colpiti dal disastro, ogni incontro con sindaci e presidenti di Regioni, ogni riferimento al sisma, è l’occasione per appelli all’unità, per rispondere trasversalmente all’ennesima emergenza che il Paese è chiamato ad affrontare. Cercando di dribblare ogni polemica, anche l’accusa, che ha incrinato l’unità del fronte politico successiva al terremoto, di aver nominato commissario per la ricostruzione l’ex governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani solo per questioni di equilibri interni al partito. Pure la polemica sui funerali delle vittime di Amatrice «spostati» d’imperio a Rieti, che sembrava riaprire un fronte di contestazioni tra popolazione e «casta», è rientrata al volo grazie all’intervento del primo inquilino di Palazzo Chigi, lesto a cogliere l’input del sindaco sabino, Sergio Pirozzi, e a scavalcare la decisione del prefetto, riportando le esequie – e le autorità, Renzi in testa – ad Amatrice. E anche ieri Renzi ha parlato con toni ecumenici del lavoro di ricostruzione che verrà, ma anche dei progetti per la prevenzione, spesso trascurata nel Bel Paese.

A caldo, il premier aveva stoppato le polemiche sui ritardi nei lavoro di adeguamento sismico in tutto il Paese. Ma poi è saltato fuori il progetto di un piano ventennale per mettere l’Italia in sicurezza, e invece di appuntarsi la medaglia «a priori», ecco Renzi spiegare dalla Cina che «Casa Italia – il nome del piano – è un progetto di tutto il Paese, al quale ci avviciniamo più da padri che da rappresentanti del governo». Padri della patria, presumibilmente, visto l’aplomb super partes degli ultimi tempi. Riproposto, come si diceva, anche sulle questioni capitoline. Con la Raggi e la giunta pentastellata in difficoltà, tra dimissioni e avvisi di garanzia, sembrava fin troppo facile per il presidente del Consiglio approfittare dell’occasione per rifilare qualche stoccata alla forza politica che non fa mistero di voler puntare a Palazzo Chigi. E invece, anche qui, Renzi ha scelto una via diversa, lasciando che gli avversari si facessero male da soli. «Per me un avviso di garanzia non è una sentenza di condanna», ha spiegato conciliante, ribadendo che nella capitale «ha vinto il M5S, ha vinto Virginia Raggi», e dunque i grillini e il sindaco «governino, se ne sono capaci».

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