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Così noi 25enni siamo stati dimenticati da Renzi

trainspotting(di Lorenzo Cafarchio – lintraprendente.it) – “Siamo solo noi che non abbiamo vita regolare“, Vasco Rossi bussa alla porte dei 25enni italiani, ma questa volta non ci parla di vita spericolata, ma di un’esistenza fatta di rinunce e di “chi si accontenta gode”: così citiamo anche Ligabue e non scontentiamo nessuno. Avere un quarto di secolo, oggi in Italia, è una roulette russa con la sorte dove essere il più folle dei Robert De Niro, ne Il cacciatore, non ha nessuna valenza.

Dimenticati, relegati in un angolo dal governo e dalla storia, i giovani della generazione 2.0, quella di cui fa parte chi scrive, è appesa a un filo, mentre aspetta che la madre apparecchi la tavola e il padre finisca di leggere la cronaca della domenica sportiva sulla Gazzetta. Nella terra di mezzo, staccati dal gruppo e criticati aspramente da chicchessia, preferibilmente dai figli del ’68, quelli del “siete dei mammoni”, motti lasciati ai posteri da un qualsiasi Mario Capanna.

La disoccupazione giovanile – la fascia d’età interessata quella dei 15-24 anni – galoppa placidamente verso quota 40% e ci ha già dimenticato; in sostituzione è arrivato il Jobs Act ovvero curare un raffreddore causando una polmonite. L’Osservatorio sul precariato dell’INPS parla chiaro: i contratti a tempo indeterminato stanno sparendo, in sostituzione sono arrivati i voucher. Torna il cottimo e se non vi chiamate Aleksej Grigor’evič Stachanov sono “volatili per diabetici”, Lino Banfi, ça va sans dire. Indovinate qual è la categoria che maggiormente ha accusato il colpo? Quella dei giovani fino ai 29 anni con i contratti siglati a tempo indeterminato crollati del 37% rispetto al 2015, che già di per sè erano inferiori al 2014. Una mattanza. Moriremo precari pagando una rata dopo l’altra grazie al danaro racimolato dalla parentela. Intanto anche i contratti di apprendistato sono fuoriusciti, legge di stabilità 2015 diktat, dalla categoria degli sgravi “facendo venir meno il suo carattere di contratto più vantaggioso in termini di costi. Ora che gli sgravi sugli altri contratti sono diminuiti, le aziende trovano conveniente usare l’apprendistato come forma di contratto di inserimento verso una posizione formalmente a tempo indeterminato”. Con buona pace del Fertility Day, della famiglia da costruire, della macchina da comperare, del mutuo da estinguere e delle vacanze a Londra.

Dei voucher abbiamo accennato, tra gennaio e giugno di quest’anno ne sono stati venduti 69.899.824, registrando un aumento del 40% rispetto a 12 mesi fa e del 145% nei confronti di 24 mesi or sono. Leggasi, lavoro ne abbiamo quanto ne volete, soldi per pagare non scherziamo, vi retribuiamo in visibilità ed esperienza sul campo. Che non è quello che serve, esattamente, per festeggiare a lume di candela, nel miglior ristorante del paese, il primo mese di fidanzamento con la propria compagna. Ma le brutte notizie viaggiano in coppia. Mai sentito parlare di Garanzia Giovani? Iscritti al programma un milione di persone, 32mila ovvero il 3,7% sono riusciti a trovare lavoro tramite questa iniziativa. Scovare il biglietto d’oro di Willy Wonka, in confronto, è una bagatella. “Per chi non lo sapesse, Garanzia Giovani è un progetto nato nel 2014 per cercare di lanciare nel mondo del lavoro giovani disoccupati tra i 15 e i 29 anni. L’iniziativa è stata sostenuta con 1,5 miliardi garantiti da Bruxelles alle regioni, soldi divisi secondo il tasso di disoccupazione giovanile”, questo quanto riporta L’Eco di Bergamo. Cronache dell’ennesimo buco nell’acqua, ma l’etichetta di fannulloni l’hanno già stampata ed attaccata sulle nostre carte d’identità e non si può più essere rimborsati. Il giuslavorista Michele Tiraboschi, sulla Stampa, si è vestito da boia tagliando la testa alle vaghe certezze: “Garanzia Giovani è l’antipasto delle politiche attive del Jobs Act. Era il primo banco di prova per vedere la tenuta della riforma ed è un flop“. Se qualcosa può andar male, lo farà. Benedetta sia la Legge di Murphy.

Mentre i brufoli scompaiono dai nostri visi, sostituiti da barbe sempre più lunghe, secondo il grado di hipsteria, i treni da prendere hanno smesso di transitare dalle nostre parti, al massimo ci è rimasto guardarli passare. Trainspotting insegna. Descritti come cinici, superficiali ed egoisti paghiamo le colpe di chi ha preceduto i passi incerti di questi anni, barcollando senza meta in cerca di una ragione, persi nella burrasca laddove si forgiano i marinai. Nati quando Totò Schillacci segnava le notti magiche di Italia ’90, restiamo aggrappati ad un’infanzia che si è ripresentata sotto forma di Pokemon, tra un pacchetto di sigarette, con foto orripilanti, un aperitivo e nelle orecchie I’m outta time degli Oasis, cantata e scritta da Liam Gallagher: “If I’m to fall/ Would you be there to applaud/ Or would you hide behind the law?” (Se devo cadere/ Sarai lì ad applaudire/ O ti nasconderai dietro la legge?). Fuori tempo, fuori moda e fuori contesto. La generazione ’90 è l’atea speranza degli sconfitti.

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