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Libertà, dignità e indipendenza

liberta-statua-i(di Giuseppe Basini – opinione.it) – Se due naufraghi, su un’isola deserta, decidono di mangiarsi il terzo compagno, non sono nel loro buon diritto. Anche se hanno deciso a maggioranza. Questo, sul piano dei princìpi, è il limite invalicabile dello Stato. Dello Stato liberale. Ma lo è anche dello Stato democratico? La risposta è sì, senz’altro sì, se solo s’intende correttamente la democrazia.

La Democrazia Cristiana degasperiana portava, sul frontespizio de il Popolo, una frase: “Portare tutto il popolo al governo di se stesso”. Ed i liberal-cattolici di allora, a comiciare da Giuseppe Pella, l’hanno sempre spiegata nel senso che ognuno di noi avesse il massimo di autogoverno di sé, non che una supposta momentanea maggioranza avesse diritto a decidere sulla vita delle persone anche nella loro sfera privata (il principio di sussidiarietà, ad esempio, partendo proprio da quel concetto, fu teorizzato come metodo e non solo dai liberal-cattolici alla De Gasperi, ma anche dai cattolici democratici come Prodi). Ma altrove non fu così, le “repubbliche democratiche” dell’Est europeo, Cuba, la Cina, diedero a intendere che la collettività, rappresentazione organizzata del popolo, dovesse e potesse decidere sulle vite dei singoli per il bene superiore del popolo stesso. Ma chi era il popolo e come si organizzava? La risposta del comunismo classico fu che il popolo dovesse essere organizzato dalla classe operaia, guida del popolo. La classe operaia poi doveva essere organizzata dal partito comunista guida della classe operaia e il partito doveva essere organizzato dal comitato centrale guida del partito, che a sua volta era guidato dal politburo, guidato dal primo segretario. E tutta questa piramide gerarchica in nome dell’uguaglianza. Un’uguaglianza riconosciuta impossibile da raggiungere senza gli “egualizzatori” e cioè impossibile senza distruggere la libertà e, alla fine, negare alla radice anche se stessa.

Oggi la battaglia col comunismo marxista classico, travolto dalle sue inconciliabili e sanguinose contraddizioni, è conclusa, è morto nei Paesi che per primi l’applicarono e sopravvive solo come riferimento puramente liturgico in Cina, dove il sistema politicamente repressivo, accoppiato ad una sufficiente libertà economica, ricorda ormai piuttosto i regimi autoritari di destra. Ma la partita – purtroppo – è tutt’altro che finita, perché i “valori relativi” (nel senso che, facilmente, possono mutare in disvalori seguendo le circostanze) su cui il comunismo si fondava, sono tuttora vivi ed operanti, primo tra tutti l’uguaglianza, portato storico della Rivoluzione francese.

Il veicolo con cui questi valori relativi vengono nuovamente assolutizzati, fino a produrre potenzialmente la ripetizione degli effetti nefasti che hanno reso drammatico tutto il Novecento, si chiama politically correct. Già nel nome, il polically correct, presuppone l’esistenza di ciò che politicamente corretto non è e quindi in prospettiva da contestare, combattere, al limite perfino vietare o almeno reprimere, ponendo una seria minaccia alla stessa libertà di pensiero. Minaccia che si è davvero concretizzata in leggi ambigue che possono colpire non solo atti concreti di aggressione, già puniti da leggi di carattere generale o casi di apologia di reato, ma anche semplici manifestazioni di pensiero giudicate devianti, come i nuovi reati di omofobia, discriminazione o revisionismo storico, purtroppo consentono. Laddove il divieto non basta, si procede con l’imposizione delle “azioni positive”, come il busing, che imponeva il trasferimento di scolari bianchi in scuole lontane in quartieri popolati da neri, per garantire l’integrazione o le quote rosa che, in dispregio della meritocrazia, assegnano quote fisse alle donne nel lavoro, anche quando meno dotate, o ancora dalle regole di prevenzione, che non si limitano più a impedire giustamente di mettere a rischio gli altri, come i limiti di velocità o l’obbligo per genitori contrari di far ugualmente curare i figli malati, ma pretendono anche di “tutelare” ogni individuo da se stesso, come con le cinture obbligatorie.

Questa sorta di nuovo e pervasivo social-comunismo 2.0, che di questo si tratta, non è un prodotto della Rivoluzione d’ottobre, sconfitta dalla storia, ma semmai della Rivoluzione francese, che, se è stata davvero all’origine di tante evoluzioni liberatorie, è stata pure la causa lontana di tante dittature egualitarie, per la sua ambiguità di fondo, che ha un nome: giacobinismo. Il parificare l’uguaglianza alla libertà è stato il più grave degli errori filosofici, che ha condotto alla pretesa di avere la facoltà di cambiare arbitrariamente, attraverso lo Stato, la società nel suo complesso, invece di limitarsi a garantire i diritti, favorire lo sviluppo e una giusta equità. Ha portato a sostituire la ragione con la Dea Ragione. Se al mondo diventassimo davvero tutti uguali, moriremmo tutti di fame, perché l’accumulo di capitale è una assoluta necessità della produzione – come sapeva perfino Marx – e i ricchi sono più efficienti e meno tirannici dello Stato nel realizzarlo e sono proprio le disuguaglianze a muovere l’economia (come a favorire le arti e le scienze) e a permettere creazione di ricchezza, che si potrà poi redistribuire. Se, in nome dell’uguaglianza, la proprietà privata viene posta a rischio, con le imposte patrimoniali, la troppa progressività fiscale e la violenza regolatoria dello Stato, è anche la libertà a venir meno, come ricordava Einaudi.

Al contrario dei comunisti, per noi “è la mancanza di proprietà ad essere un furto” e la sua diffusione e difesa sono alla base di una vera politica sociale. L’uguaglianza, però, non può essere semplicemente negata, come tentarono di fare i regimi nazional-socialisti, perché pure per questa strada si finisce – e inevitabilmente – per distruggere la libertà degli esseri umani, ma va sostituita col concetto di dignità. Per le nostre libertà e per una economia che sta morendo di burocrazia livellatrice, dobbiamo essere portatori di una diversa triade di valori: libertà, dignità e indipendenza, al posto di quella della Rivoluzione francese. Dignità ed indipendenza sono di più che uguaglianza e fratellanza, perché dignità vuol dire difendere, sempre e per tutti, una vita degna di essere vissuta, quando invece si può anche essere tutti uguali (tranne gli egualizzatori) ma dentro una prigione, mentre la fratellanza ideologica non può superare o annullare la fratellanza vera, naturale, coi propri familiari, amici o compatrioti, dell’individuo soggetto autonomo (e i tagliagole, poi, sono “fratelli” pericolosi). Indipendenza vuol significare una politica sociale non creatrice di Stato-dipendenti con l’assistenzialismo dei posti inutili e dei loculi a basso fitto, ma al contrario di cittadini indipendenti grazie alla casa in proprietà e a posti di lavoro reali.

Divieto e regola, infine, debbono essere eccezioni, non strumenti ordinari di governo. I danni che lo “Stato selvaggio” fa sono enormi, serve un principio di libertà costituzionale che obblighi a introdurre, in ogni legge contemplante un divieto o un obbligo, la dimostrazione scritta che non vi fosse altro modo per ottenere uno scopo di giustificante rilevanza, pena la nullità della legge. Chi crede di barattare la libertà con l’uguaglianza perderà la libertà e poi anche l’uguaglianza.

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