Cronaca/Editoriali/Interno/Politica

Eh sì, moriremo renziani

A questo zibaldone contemporaneo dovremmo aggiungere, come summa di tutte le stramberie, la dissoluzione grillina. O anche la dissolutezza, visto che ci vuole una prodigalità degna di miglior causa per disperdere un patrimonio di quella portata. Patrimonio che le indagini demoscopiche considerano ancora ingente e come potrebbe essere diversamente, ma che segna già qualche inquietante segnale di impoverimento. Avrete letto ormai ogni più piccola capocchia di spillo sui grillini ed è inutile tediarvi su ciò che in certi casi è addirittura più trasparente dell’evidenza. Rimane forse da indagare l’animo umano che in certi casi, applicato alla politica, produce conseguenze che non sono quasi mai preventivabili (non almeno in tempi così ristretti). In un tempo di mediocrità sentimentale, che vede nel Partito Democratico il suo più autorevole rappresentante, molte persone, molti cittadini, credevano di ritrovare qualcosa di inedito, o di parzialmente nuovo, nel Movimento 5 Stelle. Nel linguaggio disinvolto fino all’insulto, e dunque liberatorio, nelle istanze molto meno paludate, nella voglia o nella esigenza di “rivoltare l’Italia come un calzino”, come ebbe a dire una volta Piercamillo Davigo. E così è andata, con gli alti e i bassi della politica, sino a quando, sospinti dal vento e dall’altrui mediocritas, la presa della Bastiglia è avvenuta. Apparivano due strade, a chi avesse guardato il fenomeno dall’esterno: la prima entusiastica e disordinata, come conviene a giovani molto appassionati che di organizzazione politica poco o nulla sanno. Una strada certo impervia, sconnessa, difficile, quasi impossibile per dei dilettanti allo sbaraglio. Ma affascinante. E soprattutto una salita ai bordi della quale migliaia e migliaia di tifosi li avrebbero sospinti, apprezzandone l’ingenua ma entusiastica approssimazione. Col tempo, forse, si sarebbe imparato.

Poi c’era la seconda strada che si poteva scegliere. Ch’era quella, invece, di mostrarsi già imparati, di credere che le logiche degli altri, così osteggiate nel tempo, dovessero soccorrere nel momento in cui si presentavano le responsabilità del governare. Come non ci fosse stata altra strada che quella della vecchia politica. Quella del Partito Democratico di Roma, giusto per intenderci (Ora. Farsi anche prendere per il culo dal Pd romano, è peggio di una punizione corporale.) Ma insomma. Invece di rischiare, i grillini hanno abbracciato la logica del corridoio, delle correnti, del sotterfugio, della mediocrità sentimentale. Hanno avuto paura che un’altra politica, una nuova politica, potesse esistere davvero. E, in buona sostanza, hanno riconosciuto la primazia di quella vecchia.

Sono tutti caduti, dunque. E uno solo rimane in piedi, anche se un po’ stortignaccolo. Il suo nome lo sapete, a molti non garba, ma in questo momento appare come l’unica sintesi possibile tra la politica e la mediocrità sentimentale, di cui Matteo Renzi è forse l’alfiere più rappresentativo. Se gli altri si sfaldano, evaporano, s’azzuffano appena messi in poltrona e a lui – grazie anche a mezzi di comunicazione molto compiacenti – viene consentito di governare nella maniera astrusa che abbiamo sotto gli occhi, è perchè il saper far politica di questo tempo vuole protagonisti che ne olprepassino i confini tradizionali e siano un abile mix di disinvoltura, spudoratezza, agilità, intuizione, e parte di profondità. E Matteo Renzi è un po’ (molto) di tutto questo. Ha una proprietà, questa sì, che aveva anche il grande Silvio Berlusconi: impara il gioco nuovo prima di tutti gli altri. Ecco perchè, sappiatelo subito, moriremo renziani.

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