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Referendum: ma Renzi che aspetta?

renzi boschi-i(di Mauro Mellini – opinioni.it) – Si diceva (prima delle elezioni amministrative) “il Referendum di ottobre”. Ora si parla di fine novembre, forse dicembre. La sensazione è che Matteo Renzi aspetti qualche evento provvidenziale che lo tragga d’impaccio e allontani lo spettro di una sconfitta che, oramai, non è più una semplice e (per lui) deprecabile ipotesi. Qualche suo compare ha persino ipotizzato di poter considerare ausilio della Provvidenza il terremoto del 24 agosto scorso: farne un motivo di rinvio del voto referendario, è stato mormorato e nemmeno tanto a bassa voce.

Renzi, la Boschi, fanno osservare che “si è ancora nei termini”. Bisogna dire, perché è passato quasi inosservato, che la Corte di Cassazione ha dato una mano per questo giochetto, aspettando la scadenza del termine (decorrente dalla fine del percorso parlamentare della cosiddetta riforma) di tre mesi per dare atto della intervenuta richiesta di referendum. Ora, poiché la richiesta del prescritto numero di parlamentari era intervenuta già ad aprile, era di quella richiesta e non di altro che la Corte avrebbe dovuto dare atto. E da tale momento avrebbe dovuto decorrere il termine per il Governo di fissare la data del voto.

Aspettare che fosse scaduto il termine per altre richieste, dopo che la prima, della cui validità la verifica poteva esser fatta in un giorno (essendo quella del quinto dei parlamentari) era indiscutibilmente valida e, tale da comportare comunque il referendum e non essendo, quella, ovviamente, revocabile. Attendere che scadesse il termine per altre eventuali (di cinquecentomila cittadini o di cinque Consigli regionali) era assolutamente inutile (e grottesco) perché quali e quante fossero state le ulteriori richieste, non è che si dovessero indire altrettanti referendum. Quindi la prima richiesta era quella necessaria e sufficiente e dalla verifica della validità di essa doveva decorrere il tempo per il Governo di fissare la data del voto. In poche e chiare parole: la Corte di Cassazione ha dato una mano a Renzi per “allungare il brodo”. Anche a costo di perdere un’occasione per dire di averci azzeccato, non vogliamo pensar male, magari ipotizzando un collegamento tra questi obiettivi “favori” ed il decreto legge che proroga il pensionamento dei più alti magistrati.

Ma a parte questo aspetto della questione, che non mancheranno di indurre anche qualche nostro amico a definirla “un cavillo avvocatesco”, come spesso i miei colleghi comunisti commentavano i miei interventi alla Camera, è certo che Renzi ha tutta l’aria del voler mandare le cose per le lunghe. Vuole che si spenga l’eco della solenne batosta che si è beccato alle amministrative. Vuole fare promesse strabilianti (e impossibili) con la legge di stabilità. O, magari, spera di poter dimostrare che gli elettori hanno sbagliato, a bastonarlo, profittando di qualche topica della Raggi (quelle dei sindaci e presidenti di Regioni, ladroni e incapaci del Partito Democratico sono tenute nell’ombra, quindi “non esistono”).

Dobbiamo però prendere atto che quelli del “No” non sembrano voler profittare dell’allungamento dei tempi per organizzare una campagna per il referendum che batta l’uso e l’abuso di televisioni e “giornaloni” da parte dei renziani. Né sembra che ne profittino (salvo Massimo D’Alema) quelli del Pd attestati sulla posizione del “Ni” e tuttora immersi nelle loro meditazioni. Ma, anziché degli altri, pensiamo a noi. Anche noi non abbiamo tempo da perdere. Torniamo a die a tutti i nostri amici di darci una mano, di segnalarci gruppi, comitati, circoli cui indirizzare il nostro materiale. Al lavoro! Al lavoro per il No!

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