Cronaca/Editoriali/Interno

La crudeltà umana uccide, non il Web

web( http://www.linkiesta.it) – Una ragazza campana di 31 anni ieri si è tolta la vita, impiccandosi con un foulard nello scantinato della casa di famiglia dov’era tornata da qualche tempo dopo essersene andata. Cercava da almeno un anno e mezzo qualcosa che evidentemente non ha trovato: la pace. Era complicato, se non impossibile, dopo che il suo volto, il suo corpo, le sue parole, erano diventati materia base per meme, video clip su WhatsApp, in cartelle crittate su Bibbia 3.0, sui principali portali di video hard, pagine social pregne di brutalità. Aveva fatto un errore madornale: spedire alcuni video dove era ripresa mentre aveva rapporti sessuali e accettava di essere insultata, sbeffeggiata, per il fatto che tradiva il suo fidanzato. Secondo uno schema abbastanza prevedibile (chiaramente non per lei) aver spedito quei video a cinque persone ha significato ben presto la diffusione esponenziale di quei contenuti così intimi in tutti i circuiti.
Il suo suicidio ci dovrebbe parlare della mancanza di alfabetizzazione sugli strumenti online, dell’arretratezza culturale in cui versano ancora moltissime persone, anche giovani, perché la donna non poteva più vivere nella sua città, era bersaglio di ironie e insulti dal vivo, come fosse soltanto un oggetto, una sputacchiera delle frustrazioni sessuali di chiunque l’avesse a tiro. Il suo gesto tragico ci dovrebbe raccontare della cattiveria e mostruosità, ma anche della superficialità del male che i cosiddetti “amici” possono farci semplicemente condividendo con altri ciò che non andrebbe mai condiviso. Un brutto scherzo, basato in sostanza sul disprezzo, si è trasformato in un tunnel senza fine, in un incubo soffocante per questa ragazza che non è riuscita a sopportare la vergogna, l’umiliazione subita.

Subita anche per il numero vertiginoso di contenuti meshati, citazioni, tracce audio, montaggi, anche da parte di testate radiofoniche e di pagine-parodia i cui autori neanche per un secondo si sono interrogati su come potesse sentirsi quella ragazza (nel frattempo sparita). Mi chiedo: l’avrà capito, intuito, chi per primo ha compiuto quel gesto? Era consapevole delle conseguenze derivanti dalla diffusione di quei video? È paragonabile al livello di chi gliel’aveva inoltrato? Lo deciderà la giustizia. Di fondo, però, c’è anche tanta banalità.

Invece di parlare di questi problemi culturali, di consapevolezza, i media – quelli più pigri – si sono già esercitati nella solita tiritera del web soggettivizzato: la gogna del popolo del web (ma cosa significa “popolo del web”?) , qualcuno ha scritto “Le nostre armi spuntate contro la ferocia della Rete”. Che accidenti dite? Ad essere feroce sarebbe “la Rete”? Ad essere feroci sono gli esseri umani. Sono persone, con nomi e cognomi, ad aver usato la Rete per mostrare quella povertà morale che sicuramente esercitano anche offline. Non è Facebook ad aver fatto una pagina, poi tolta, su quella donna. Non è Google ad aver creato dei montaggi su YouTube. Come ha scritto giustamente il giornalista e saggista Fabio Chiusi “se volete prendervela con qualcuno, non accusate la tecnologia, non chiedete il diritto all’oblio (che naturalmente non c’entra nulla): prendetevela con la bassezza e lo schifo degli esseri umani”.

È vero, la ragazza aveva chiesto e ottenuto che quel materiale fosse deindicizzato dal web, cioè non risultasse da una ricerca online. Aveva anche denunciato chi aveva diffuso per primo quei video – e questo è stato possibile grazie a ciò che è la Rete – e aveva chiesto anche di cambiare cognome. Le leggi dunque ci sono, come gli strumenti di riparazione e denuncia. Non sono affatto armi spuntate. Non è il caso di giudicare un gesto simile, che può contenere elementi ignoti a tutti, però questa è un’altra occasione in cui purtroppo invece di parlare del corpo della donna, di come è trattato, della digital literacy e delle lacune a proposito della riservatezza personale, che molti hanno completamente perso o sottovalutano, si preferisce incolpare la Rete.

E potete scommettere che questa ragazza verrà citata in Parlamento, dove in queste ore si sta discutendo un disegno di legge sul cyberbullismo che è un vero disastro, un testo trasformato in una specie di legge sull’hate speech, un cavallo di Troia per fare da imbuto ai contenuti ritenuti offensivi in Rete senza alcun giudizio di un tribunale, accelerando le disposizioni di cancellazione dei contenuti passando solo dal Garante della privacy. Fa tutto parte di una mentalità malata, secondo la quale la Rete diventa soggetto, le persone vittime, e la politica ci guadagna perché può provare a introdurre, sfruttando l’emotività dell’opinione pubblica, delle norme che sono dei bottoni “cancella”, “oscura”, a disposizione degli adulti, come delle panic room, senza chiedersi come potrebbero essere usati per spegnere ogni forma di controversia, di dibattito, di supposta diffamazione.

Pensa il caso, proprio quello che non piace ai politici: avere a che fare con tutta quella gente che fa pressione dai social network.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...