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Italia terzo mondo: i poveri sono triplicati in dieci anni (da 1,6 a 4,6 mln)

anziani-poveri-poverta-italia-580434(GDef per Il Giornale) – La legge di Bilancio diventa ogni giorno un puzzle sempre più complicato. Ieri l’ Istat ha ulteriormente complicato il quadro macroeconomico sul quale entro il 27 settembre dovrà essere strutturata la nota di aggiornamento del Def: ad agosto, ha confermato l’ istituto di statistica, il Paese ha nuovamente sperimentato la deflazione (-0,1% annuo i prezzi).

Se le variazioni mensili fossero nulle negli ultimi quattro mesi dell’ anno, l’ inflazione acquisita del 2016 sarebbe zero, cioè i prezzi stagnerebbero per attirare una domanda piatta, come testimoniato da una produzione industriale in fase calante.

Una tendenza che Confcommercio ha sintetizzato con un numero: dal 2006 al 2015 sono quasi triplicati, da 1,6 a 4,6 milioni, gli italiani in condizione di povertà assoluta, cioè non in grado di acquistare un paniere di beni e di servizi di sussistenza. Colpa di affitti, bollette, assicurazioni e sanità che negli ultimi 20 anni hanno divorato il 40% dei consumi delle famiglie italiane.

Il trend è destinato a non terminare considerato che ad agosto, ha rilevato l’Istat, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono rincarati dello 0,6% su base annua. Ecco perché il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, pur esprimendosi con garbo istituzionale, ha spaccato il fronte delle associazioni datoriali, quasi tutte filogovernative, chiedendo una svolta. «Il governo trovi il coraggio di ridurre le aliquote Irpef già dal 2017», ha detto ieri sottolineando che «la via è obbligata: dare certezza a famiglie e imprese che le tasse diminuiranno in maniera concreta e generalizzata».

Si tratta di quel taglio che il ministro dell’Economia Padoan ha affermato sia impossibile anticipare. Il motivo è semplice: scarseggiano già le risorse per garantire lo sminamento dei 15 miliardi di clausole di salvaguardia sull’Iva. Lasciando da parte i capitoli pensioni (2 miliardi), imprese (4 miliardi) e sgravi vari sul lavoro (3-4 miliardi), c’è soprattutto l’incremento delle aliquote al 12 e al 24% da evitare.

Circa 3,5 miliardi dovrebbero giungere da una nuova spending review, almeno 2,5 miliardi sono attesi dalla voluntary bis e un miliardo potrebbe venire da una revisione degli incentivi (che sono maggiori tasse e, quindi, sconsigliabili durante la campagna referendaria). Mancherebbero dunque all’ appello 7-8 miliardi.

È la cifra che si spera di ottenere come minimo dalla nuova flessibilità europea. Ieri il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha sostanzialmente aperto all’ Italia nel suo discorso sullo stato dell’ Unione. «Il Patto di Stabilità deve essere applicato con flessibilità intelligente», ha affermato perché l’ Unione europea è «in crisi esistenziale» e sul debito pubblico bisogna «cercare di sostenere e non punire gli sforzi di riforma in corso». Un assist a Renzi che Merkel non avrà gradito.

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