Cronaca/Interno/Politica

Bratislava, addio all’illusione di Ventotene: l’Ue è Merkel-Hollande

Per la verità, come ha ribadito il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, il vertice di Bratislava si è chiuso senza conclusioni. Quelle spettano alle riunioni ufficiali di Bruxelles. C’è soltanto una “Dichiarazione di Bratislava” approvata da tutti i 27 Paesi, Italia inclusa: “Siamo tutti d’accordo sui principi generali che seguono…”. Quindi è falso che Renzi non condivida le conclusioni. Anche perché è difficile contestarle, visto che sono soltanto auspici. Il più netto: “Non ammettere mai più il ritorno di un flusso incontrollato come lo scorso anno e ridurre il numero di migranti irregolari”. Poi i soliti impegni sulla lotta al terrorismo e un accenno che recepisce la fibrillazioni francesi e tedesche intorno al Ttip, il trattato commerciale in discussione tra Ue e Usa: discutere a ottobre “una robusta politica commerciale” che tenga conto “delle preoccupazioni dei cittadini”. Il governo italiano è l’unico grande Paese che sostiene in modo esplicito il Ttip anche in patria, non soltanto a Bruxelles.

Renzi sa come garantirsi qualche titolo sui giornali italiani e quindi si produce in un attacco alla Germania che non riduce il surplus commerciale (di quanto le esportazioni superano le importazioni), promette che “continueremo ad abbassare le tasse” e poi sfida Bruxelles su un tema popolare, “l’Europa non può essere quel soggetto che mi impedisce di intervenire sull’edilizia scolastica”. Poi annuncia che l’Italia è pronta a una “bella riflessione sul fiscal compact”, cioè il trattato internazionale sul pareggio di bilancio.

Ed è proprio nell’economia che bisogna cercare la spiegazione dell’umiliazione pubblica di Bratislava, nella continua tensione tra rigore e flessibilità, tra chi pretende rispetto degli impegni presi e chi pretende la revisione delle regole. Il 9 settembre, il capo del governo greco, Alexis Tsipras, convince altri cinque leader mediterranei a firmare la “carta di Atene”: più crescita e investimenti, meno rigore e così via. Mettersi sotto la bandiera della Grecia, in questa Unione europea a guida tedesca, è un segnale preciso. Tra i leader mediterranei ad Atene ci sono Renzi e Hollande. E subito il capogruppo del Partito popolare europeo all’Europarlamento, il tedesco Manfred Weber, attacca: “Il primo ministro Tsipras è tornato ai suoi soliti giochetti. La cosa di cui ha bisogno l’Europa oggi è l’unità, certamente non nuovi tentativi di divisione”. E ancora: “Il fatto che il presidente Hollande, probabilmente per ragioni di politica interna, e il primo ministro Renzi si lascino manipolare da Tsipras non è un vero segnale di senso di responsabilità”.

Weber, non nuovo a queste polemiche, di solito dice quello che Angela Merkel pensa, ma non esprime per il suo ruolo. Con l’avvicinarsi della legge di Bilancio, Renzi poi ha continuato a evocare deroghe, flessibilità, sconti sui tagli. E la Mekel ha scelto di umiliarlo a Bratislava.

Per coerenza, avrebbe dovuto escludere anche Hollande, visto che pure lui era ad Atene e che Parigi non è molto più virtuosa di Roma sui conti. Ma la Francia è la Francia e nel 2017 si vota, con il Front National in testa ai sondaggi. E la Merkel non ha voluto infierire. E soprattutto ha mandato un messaggio ai suoi elettori, che stanno riflettendo se merita un altro mandato nel 2017: l’Europa è a guida franco-tedesca che, come sanno bene in Germania, oggi significa che le decisioni si prendono a Berlino. Se l’Italia si adegua, le si può concedere anche qualche spot come il vertice di Ventotene e quello Merkel-Renzi a Maranello a fine agosto. Altrimenti l’Italia torna in seconda fila. Altro che direttorio a tre.

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