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“I giorni del Merlo”: di Marco Travaglio

francesco-merlo(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano)Ogni tanto apri un giornale a caso e scopri di avere una vita parallela, ovviamente a tua insaputa. Per esempio, Repubblica: “La caccia (di Virginia Raggi) all’assessore al Bilancio e al capo di gabinetto non ha finora prodotto l’esito sperato… Anche il nome indicato da Marco Travaglio, al quale lei ha chiesto aiuto, ha declinato”. Non avendo sotto mano né assessori al Bilancio né capi di gabinetto, e non essendo la Raggi così mal ridotta da chiedere aiuto al sottoscritto, ho dovuto purtroppo smentire: mai ricevuto richieste d’aiuto, mai indicato assessori al Bilancio né capigabinetto, che dunque non possono aver declinato alcunché. Mentre invio la rettifica, un amico un po’ pervertito che legge Il Foglio mi segnala un articolo di Salvatore Merlo con un altro particolare della mia vita che mi era colpevolmente sfuggito: se non ho indotto al suicidio Tiziana C., la ragazza del video hard sul web, poco ci manca – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 18 settembre 2016, dal titolo “I giorni del Merlo” . E al sagace Merlo non la si fa. Titolo: “La gogna è una cultura”. Sommario: “Il meccanismo dell’umiliazione che ha ucciso Tiziana non c’entra col web, che è solo un amplificatore. La gogna è un metodo: è praticata dalla politica, è coccolata dai giornali e dalle tv”. Svolgimento: “Negli anni di Tangentopoli la Lega sventolava cappi e fotografie di presunti colpevoli in Parlamento alludendo al linciaggio, e Beppe Grillo compilava liste nere esponendo persone in carne e ossa a secchiate d’insulti”. Per la verità Grillo, nei V-Day del 2007 e del 2008, leggeva la lista dei 21 pregiudicati in Parlamento e li mandava affanculo: ora, grazie anche a lui, una legge impone la decadenza da parlamentari e la revoca del vitalizio per i condannati a più di 2 anni. Ma non divaghiamo, perché qui entra in scena il sottoscritto, noto istigatore al suicidio: “Non c’è giorno che Marco Travaglio, sul suo quotidiano, non indichi un bersaglio cui fa dire o scrivere pensieri mai espressi” (quali? di chi? quando? Mistero) “suscitando accusa, orrore, sghignazzo, odio. Si afferma così una parlata maligna, malata, fatta di ‘slurp’, ‘lecca-lecca’, ‘lingua ’ ”. Ebbene sì, confesso: ho usato spesso (e, quel che è peggio, intendo continuare a usare) espressioni maligne e malate di odio quali “slurp”, “lecca-lecca” e “lingua”, pertanto attendo un avviso di garanzia per istigazione al suicidio di Tiziana C. Ma mi domando pure quali altre parole dovrei impiegare per chi usa la lingua al posto della penna per slurpare chiunque abbia un grammo di potere. Gli esempi che il tapino fa dei picchiatori (cattivi) sono tutti dell’opposizione.

Di Battista che dice “merda” in Parlamento. Di Maio che dà del Pinochet a Renzi. Brunetta, Salvini e Meloni che osano attaccare l’ambasciatore Usa Phillips. Invece l’unico caso di politico alla gogna (buono) è il povero Renzi, “manganellato” per aver definito “battaglia di Marzabotto” l’omonima strage nazista. Volendo, tra i manganellatori, lo sventurato poteva citare De Luca per il “vi possano ammazzare tutti” a Di Maio, Di Battista e Fico. E, fra i politici lapidati per una gaffe, Di Maio con la smarronata su Pinochet in Venezuela. Ma i Merlo’s sono sinceramente convinti che la libertà di stampa sia stata conquistata per parlar bene dei governi e male degli oppositori, come nella Turchia di Erdogan e nella Russia di Putin. Non che questa malsana cultura della saliva sia colpa del piccolo Salvatore. Egli, anzi, ha tre attenuanti: è nipote di quel Francesco Merlo che, dopo una vita trascorsa a castigare i costumi altrui, siede su una poltrona di banconote (240 mila euro l’anno) in viale Mazzini 14 come consulente della Rai renziana; è cresciuto al Foglio, senza mai conoscere un giornale vero né una notizia (dovesse capitargliene una tra capo e collo, non se ne riavrebbe più); ha avuto come maestri due linguisti di chiara fame, Giuliano Ferrara e il rag. Cerasa, innamorati fissi di ogni governo. Quando fa un’intervista (che lui chiama “inchiesta”, non avendone mai vista una), si spalma sull’intervistato come crema idratante. Di Montezemolo esaltò il “largo sorriso malizioso”, “l’occhio liquido”, “la capigliatura da insidiatore di femmine”, il “leggero profumo maschio al limone” (l’aveva a lungo annusato, da autentico watchdog, o cane da trifola), “le dita delle mani (dei piedi no, ndr ) sottili, delicate e nervose”che “fanno pensare al poker, alla roulette, a sapienti contatti con porcellane, pergamene, morbide automobili” (tipo la celebre Ferrari Peluche). Di Malagò invece lo estasiarono “la struttura atletica di 55enne ben conservato” e “l’intelaiatura dei tendini e dei muscoli” (da bravo giornalista investigativo, l’aveva a lungo palpato).

Poi il Merlo minor passò a occuparsi di Gianroberto Casaleggio, già molto malato, un mese prima della morte. E cambiò decisamente registro. Titolo: “L’email che dimostra il controllo di Casaleggio sulle vite dei grillini”. La presunta notizia del “Watergate grillino” e di “Casaleggio spione” fece il giro dei giornaloni e dei tg, con gran sdegno di Boldrini (“Indagheremo ”), Guerini (“La Spectre al confronto è un’associazione di dilettanti”), Morani, Marcucci, Carbone e replicanti vari. Poi si scoprì che Casaleggio non era mai entrato in una email che non fosse la sua. Un caso di “cultura della gogna ”, “manganello”, “linciaggio”, “odio”, istigazione al suicidio? Non scherziamo. Si potrebbe dir così se la vittima fosse stata al potere: invece stava all’opposizione, dunque giù botte. Nel Ventennio, Mino Maccari canzonava in versi il conte Costanzo Ciano a proposito del figlio Galeazzo: “Sua Eccellenza, facciam voti / che riescan meglio i nipoti”. Nel caso dei Merlo’s, confidiamo nei pronipoti.

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