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“InCiampi”: di Marco Travaglio

ciampi-morto-e1474066578659(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano)Povero Ciampi. Ricordato in centinaia di articoli zuccherosi come un nonnetto un po’ rinco che sventola il Tricolore al raduno degli alpini. Commemorato da eserciti di tromboni come “il Presidente di tutti”, lasciando intendere che Einaudi, Pertini e Scalfaro lo fossero solo di qualcuno. Santificato dai Cazzulli come “colui che ci ha restituito l’orgoglio di essere italiani”, mentre prima di lui ci vergognavamo di esserlo e dopo di lui ricominciammo ad arrossirne – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 20 settembre 2016, dal titolo “InCiampi” –.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi

Povero Ciampi. Ricordato in centinaia di articoli zuccherosi come un nonnetto un po’ rinco che sventola il Tricolore al raduno degli alpini. Commemorato da eserciti di tromboni come “il Presidente di tutti”, lasciando intendere che Einaudi, Pertini e Scalfaro lo fossero solo di qualcuno. Santificato dai Cazzulli come “colui che ci ha restituito l’orgoglio di essere italiani”, mentre prima di lui ci vergognavamo di esserlo e dopo di lui ricominciammo ad arrossirne. È la stessa retorica diabetica che ha schiacciato Giovanni XXIII, inventore del Concilio Vaticano II, sul santino del “Papa buono” che esortava i genitori a “dare una carezza ai vostri bambini”, mentre gli altri pontefici erano tutti cattivissimi e i bambini li prendevano a calci in culo. In realtà anche Ciampi, come altri presidenti che hanno interpretato correttamente il proprio ruolo arbitrale, non piaceva affatto a tutti. Perché, da buon arbitro, fischiava i falli e i fuorigioco, estraendo fior di cartellini gialli e rossi. Come Einaudi, Pertini e Scalfaro. L’eco dei “no” di Pertini ancora risuona nei corridoi e nei saloni del Quirinale. Scalfaro, per fare un esempio, nel marzo ‘93 rispedì al mittente il decreto salvaladri dei suoi amici Amato e Conso e di lì a pochi mesi tuonò contro il Parlamento degli inquisiti che aveva salvato dall’arresto De Lorenzo, il ministro della Malasanità.

Ciampi tra il 2003 e il 2006 rifiutò di promulgare alcune delle più scandalose leggi vergogna del secondo governo B.: Gasparri, Castelli e Pecorella. Ed entrò nel mirino degli sparafucile berlusconiani, che gli tirarono fuori il dossier farlocco di Telekom Serbia per tentare di ricattarlo. Altro che “Presidente di tutti”. Nel 2009 – era appena nato il Fatto – Napolitano firmò senza batter ciglio il terzo scudo fiscale, la più colossale operazione di riciclaggio di Stato del denaro sporco. Ed ebbe pure la spudoratezza di sostenere, in barba all’art. 74 della Costituzione, che era obbligato a promulgarlo, perché tanto, in caso di diniego, il governo l’avrebbe rifatto uguale. E Ciampi gli diede una bella lezione di diritto costituzionale: “Se una legge non va, non si firma. Non si deve usare come argomento che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura per lanciare un segnale forte a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Parole rimaste lettera morta, visto che sia Napolitano sia poi Mattarella non hanno mai osato respingere al mittente una sola legge di B., né di Monti, né di Letta, né di Renzi.

Ora però, siccome Napolitano è più intoccabile del Sacro Cuore di Gesù, nei fiumi di bava e saliva versati sulla bara di Ciampi nessuno ha ricordato quei piccoli dettagli, che fanno del defunto l’ultimo presidente che disse no a una legge vergogna. Antonio Padellaro ha ricordato un altro aspetto “divisivo” della biografia ciampiana: le parole scritte nel 2010 sulla notte del 27 luglio ’93, quella delle stragi politico-mafiose di Milano e Roma. Ciampi, presidente del Consiglio, era a Santa Severa e fu informato a mezzanotte della bomba di via Palestro a Milano. Chiamò il segretario generale Andrea Manzella e, durante il colloquio, si udì un boato: era la bomba alla basilica del Velabro. Subito cadde la linea e fu impossibile riattivarla per un misterioso black out del centralino di Palazzo Chigi. “Ebbi paura – rivelò 17 anni dopo – che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora e lo penso anche oggi”. Tant’è che si domandò perché, dopo quella notte, le stragi si interruppero e Cosa Nostra non sparò più nemmeno un petardo contro lo Stato. Piero Grasso parlò di una strategia stragista per “agevolare l’avvento di nuove realtà politiche” (indovinate quale: di lì a poco fu ufficializzata la nascita di Forza Italia, da un’idea di Dell’Utri, ora detenuto per mafia). E ai primi di novembre – come scoprirono 20 anni dopo i pm di Palermo – il ministro Conso sciolse 334 mafiosi detenuti dal 41-bis, come chiedeva Cosa Nostra nella trattativa con lo Stato, senza informare – così almeno disse prima di morire – il premier Ciampi e gli altri ministri.
La testimonianza di Ciampi su quei giorni sarebbe stata importante, nel processo di Palermo sulla trattativa, ma i giudici e i pm non hanno potuto ascoltarlo per via della sua lunga malattia. Restano però le sue parole sul “golpe” politico-mafioso, scritte nel libro e ribadite in varie interviste. In compenso, quando finalmente il 24 ottobre 2014 interrogarono Napolitano (nel ’93 presidente della Camera), i magistrati si sentirono raccontare che già allora i vertici delle istituzioni –presidente Scalfaro, premier Ciampi, presidenti delle Camere, cioè lui e Spadolini – sapevano benissimo che le bombe erano opera dei boss corleonesi per dare “un aut aut, un ultimatum, un ricatto” allo Stato: o allentava il 41-bis, o saltava a suon di bombe. E meno male che Napolitano aveva fatto di tutto per non testimoniare, sostenendo di non sapere nulla. Perché non aveva mai parlato di quei fatti, nemmeno quando Ciampi aveva evocato il golpe? Mistero. Ma almeno è chiaro perché, in migliaia di articoli sulla morte di Ciampi, quelle sue parole sono state rimosse: per non ammettere che il processo sulla trattativa è il più cruciale tra le migliaia che si stanno celebrando in Italia; e per non ricordare che le nostre istituzioni sono ancora piene di bugiardi e omertosi che non dicono, se non costretti, le verità che conoscono.

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