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“Le Slurpiadi”: di Marco Travaglio

olimpiadi(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Consensi unanimi, sui giornaloni e i giornalini, per il ritiro della candidatura olimpica di Roma. La più entusiasta è Repubblica, che plaude addirittura in tre articoli. Scrive Francesco Bei: “Le ‘cricche’ d’affari romane, lo spettro del default greco, la vaghezza del piano, il rischio di una guerra diplomatica al termine dalla quale l’Italia sarebbe finita distrutta come un vaso di coccio. Sono molte le ragioni che hanno spinto Monti a pronunciare il suo no”. Gli fa eco Tito Boeri, nel vibrante editoriale “Resistere alle sirene”: “La tragedia greca era iniziata proprio lì, con la candidatura a ospitare le Olimpiadi – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 23 settembre 2016, dal titolo “Le Slurpiadi–. I sovracosti nella preparazione di Atene 2004 han contribuito a quella spirale di deficit pubblici crescenti, mascherati in vario modo per non pregiudicare l’ingresso nell’unione monetaria, che hanno portato alla crisi del debito”. Segue l’impietosa analisi di Walter Galbiati: “Non esiste una formula matematica certa che possa valutare il ritorno economico che giustifichi lo spendere 5, 10 o 15 miliardi per i Giochi. Il ritorno di immagine e gli introiti aggiuntivi, che si trasformano in Pil, sono frutto di stime difficilmente ponderabili. I costi invece sono certi”. Standing ovation sul Corriere della Sera, che con Lorenzo Salvia punta il dito sui costi esorbitanti per la Capitale più indebitata d’Europa: “Tra il 2014 e il 2018 lo Stato avrebbe dovuto trovare 800 milioni l’anno. Con buona pace di chi aveva parlato di Olimpiadi a costo zero”. Non può mancare la penna affilata di Sergio Rizzo, coautore del best-seller La Casta e di mille inchieste sugli sprechi di denaro pubblico: “Comprendiamo i musi lunghi delle nostre alte gerarchie sportive”. Bugiarde che non sono altro: “Si è arrivati a sostenere che sarebbe stata un’operazione ‘a costo zero’ con le spese coperte da introiti fiscali e incassi dei biglietti. Spese astronomiche già in partenza. Otto miliardi? Dieci? Quanti davvero? Il partito dei Giochi avrebbe dovuto ricordare che da troppi anni sbagliamo, e per difetto, ogni preventivo. Di soldi e di tempi”. E giù botte alle solite cricche: “Un impasto mostruoso di burocrazia, interessi politici e lobbistici che spesso alimenta la corruzione e ci fa pagare un chilometro di strada il triplo che nel resto d’Europa. E in due decenni non è cambiato proprio nulla. Anzi. Per rifare gli stadi di Italia 90 abbiamo speso l’equivalente di un miliardo e 160 milioni di euro attuali, l’84% più di quanto era previsto? Nel 2009 ci siamo superati, arrivando ai Mondiali di nuoto senza le piscine, ma con una bella dose di inchieste giudiziarie”.

Rizzo ricorda “la giostra del Ponte sullo Stretto”, smontato e rimontato con “penali monstre da pagare” e “i costi della metro C che esplodono”. Quindi “conosciamo l’obiezione: i precedenti disastrosi non sono un buon motivo per non fare le cose. Giustissimo. Ma sono un’ottima ragione per andarci con i piedi di piombo. Almeno quando rischiare una montagna di denari pubblici non è necessario”. Non ha dubbi nemmeno Luigi La Spina, su La Stampa: “La coerenza di un no responsabile”, in sintonia con “le attese dei cittadini”. Persino per il Sole 24 Ore “l’avventura delle Olimpiadi era un rischio il cui costo avrebbe creato un effetto sui conti pubblici difficilmente calcolabile”. Solo il Messaggero partecipa commosso al dolore di Caltagirone. Naturalmente tutti questi articoli risalgono al 14 febbraio 2012, quando il governo Monti ritirò la candidatura di Roma ai Giochi del 2020.

Ieri che la giunta Raggi ha fatto altrettanto per il 2024, giornaloni e giornalini erano altrettanto compatti. Ma sulla tesi opposta (a parte il Messaggero, coerente sulle sue posizioni, cioè sdraiato su Caltagirone: “Schiaffo a Roma”, “Il futuro negato da un rifiuto ideologico”, “Per i romani un danno da 5 miliardi, migliaia di posti di lavoro persi”, “L’85% dei romani a favore”). Repubblica, per la lingua di Sebastiano Messina, l’ha presa maluccio: “Scena imbarazzante, metodo incomprensibile, motivazione traballante senza un solo dibattito pubblico e senza aver sentito l’opinione dei romani” (in campagna elettorale, Messina era su Marte). E l’obbrobrio di far aspettare mezz’ora Malagò, anzi “il massimo rappresentante ufficiale dello sport italiano” (mecojoni!). E la depravazione della Raggi che “si ravviava di continuo i lunghi capelli neri”(vergogna!), poi osava menzionare le “cattedrali nel deserto” e i “Giochi del mattone”, manco avesse letto Repubblica quattro anni fa. Non manca una preziosa intervista al ristoratore che le ha servito il minestrone, in sfregio al Massimo Rappresentante Ufficiale Dello Sport Italiano. La Stampa cambia editorialista, non più La Spina ma Marcello Sorgi: “Non c’è uno solo degli argomenti portati dalla sindaca che non possa essere contraddetto” (infatti sono gli stessi di Monti e de La Stampa del 2012) e “le Olimpiadi sono innanzitutto un insieme di passione, orgoglio ed entusiasmo giovanile”, ma purtroppo “bisognerà rassegnarsi a questa ennesima prova di nullità”. Il Corriere invece si riaffida a Sergio Rizzo, che però pare un altro. Per non ammettere di aver cambiato idea, sostiene che un conto è il no di Monti, un altro è il no di “un privato cittadino garante di un movimento politico”: come se a decidere fosse stato Grillo e non la Raggi fin dall’inizio della campagna elettorale e il 67,15% dei romani che la plebiscitarono al ballottaggio contro l’olimpionico Giachetti. Poi lacrima per l’“occasione persa” e domanda: “dov’è la differenza” fra i 5Stelle e gli altri partiti (quelli che avevano detto sì a Roma 2024, e pure 2020)? La differenza fra Rizzo prima della cura e quello dopo, invece, l’abbiamo capita tutti.

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