Cronaca/Interno/Politica

“Omissioni, bugie, errori: ecco il premier alla prova del fact checking”: di Marco Travaglio e Carlo Di Foggia

Non viene eletto per fare il senatore (la scheda per il Senato non sarà più consegnata agli elettori), cioè per approvare le leggi o nominare i giudici costituzionali, ma per amministrare una città. Il comma 2 dell’art. 57 del ddl Boschi parla chiaro (si fa per dire): i senatori siano “eletti con metodo proporzionale” dai “Consigli regionali”. Ma il comma 5 afferma che i senatori saranno scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo”. Il “come” è rinviato a una legge ordinaria, che ancora non c’è. Ma è certo che sarà incostituzionale o perché non risponde al comma 2 o perché al comma 5. E non riguarderà i 21 sindaci-senatori.

 

Francia e Germania

“Il Senato è composto dai consiglieri regionali e sindaci, come in Germania e Francia”.

Non è così. Il Bundesrat tedesco è composto da delegati dei governi dei Länder, che non sono eletti dalla popolazione né dai consiglieri dei Länder (come nella “riforma” Boschi) ma delegati del governo del Land che li nomina e li revoca. Hanno vincolo di mandato: cioè l’obbligo di votare compatti o il loro voto è nullo. I consiglieri del Bundesrat ricevono solo il rimborso del viaggio e non hanno immunità (Renzi dicee che “solo in Turchia si toglie l’immunità”). In Francia – che quanto a iter legislativo è un bicameralismo sostanzialmente paritario – il Senato rappresenta gli enti locali ed è eletto da 162 mila grandi elettori.

Ultima chiamata

“Col No non c’è un’altra riforma possibile” perché “non troverai mai un altro Parlamento che voterà per ridurre i costi visto che il popolo avrà votato per il No”.

Se è per questo nel 2006 i cittadini avevano bocciato una riforma che – a detta di Elisabetta Gualmini, politologa e vicepresidente Pd dell’Emilia Romagna – “era identica a questa”. Anche quella riforma era vastissima: fine del bicameralismo paritario, riduzione dei parlamentari e devolution. Eppure, 10 anni dopo, eccone un’altra perlomeno simile.

 

Risparmi

 “Ci sono 500 milioni di euro di risparmio”.

Il premier a marzo 2014 parlava di “risparmi per 1 miliardo l’anno”. Dal bilancio di previsione 2016, però, il Senato costa in tutto 540 milioni. Di questi, solo 79,5 lordi finiscono nelle tasche dei 315 senatori: tutti gli altri sono costi del personale, dei servizi, delle forniture etc.. Per la Ragioneria generale dello Stato, cioè il governo, la minore spesa conseguente alla riduzione dei senatori “è stimabile in circa 49 milioni”, mentre la soppressione del Cnel produrrebbe “risparmi pari a 8,7 milioni”. Quanto alle Province, già “abolite” (per finta) dalla legge Delrio del 2014, la Ragioneria dice che è difficile quantificare i risparmi. Non basta? Nella Guida alle ragioni del Sì, il professor Carlo Fusaro, dice: “Sono sindaci o consiglieri regionali che fanno il senatore… e son pagati dall’ente che rappresentano. Il risparmio in sé è modestissimo (…) Si vedrà se i rimborsi per viaggi soggiorni saranno a carico del Comune o della Regione, o statale. Spiccioli ben spesi, in ogni caso”.

 

Expo

“Abbiamo cacciato i ladri ed è stato un successo”

Dal Rendiconto di maggio 2016: costi per 2,254 miliardi; ricavi (in parte non ancora incassati) per 849 milioni. Perdita: 1,4 miliardi. E i ladri li hanno arrestati giudici e forze dell’ordine, non il governo. Gli ultimi, a luglio, per mafia.

Clausole. “Non abbiamo mai fatto scattare le clausole di salvaguardia, quelle tasse che vengono messe se non si verificano certe situazioni. Le tasse continuano ad andare giù”.

Ieri l’Istat ha comunicato che la pressione fiscale del 2015 non è calata rispetto al 2014 (è al 43,4%). Difficile lo faccia nel 2016, visto che il Pil crescerà meno del previsto e che nei primi 6 mesi dell’anno le entrate tributarie stanno crescendo al ritmo di 0,8%, compensando il taglio Irap e Tasi. Il governo non ha disinnescato le clausole, le ha solo spostate più avanti: dei 15,1 miliardi di aumenti dell’Iva sul 2017 e dei 19,6 miliardi sul 2018 (compresi aumenti di accise) i 3/4 sono farina del premier.

Taglio Irpef. “Il ministro Padoan aveva già spiegato che sarebbe arrivato nel 2018”.

A maggio Renzi aveva prospettato un anticipo al 2017.

 

Lavoro/1

“Nel 2015 ci sono stati più posti di lavoro che nel 2014, e con me al governo (febbraio 2014, ndr), ci sono 585 mila occupati in più, di cui il 70% con posti di lavoro stabili”.

Il premier usa sempre le serie storiche mensili dell’Istat per slogan e slide. Le stesse, però, dicono che nel 2015 ci sono stati 81 mila occupati in meno del 2014. Ma il punto è un altro. Il boom nel 2015 è l’effetto dei generosi sgravi contributivi triennali per chi assumeva con contratti a tempo indeterminato: costeranno 20 miliardi fino al 2019. Nel 2016 lo sgravio è solo al 40% e i dati amministrativi sui contratti mostrano un tracollo di quelli a tempo indeterminato. Il saldo netto gennaio-luglio è negativo rispetto al 2015 e perfino al 2014 (76 mila contro 129 mila). Crescono, e di molto, quelli a tempo determinato, e c’è un’esplosione dei voucher: cioè precari e super-precari.

 

Lavoro/2

“Sono contratti a tempo indeterminato, solo lo sgravio è triennale”.

Niente articolo 18, niente tutele e infatti nel secondo trimestre 2016 (dati del governo) sono aumentati i licenziamenti (+7,4%). Chi assume con gli sgravi e poi licenzia dopo tre anni deve versare al lavoratore un indennizzo minore di quanto risparmiato con gli incentivi. Infine, gli occupati: da febbraio 2014 al primo trimestre 2016, gli occupati over 50 sono aumentati di oltre 800 mila unità, mentre quelli delle fascia 25-49 anni sono crollati di oltre 300 mila unità. Significa, dice anche Istat, che è la riforma Fornero che ha alzato l’età pensionabile a gonfiare i numeri, non il Jobs act.

 

Il Fatto

“Quello che è diminuito in questi due anni sono le copie del Fatto Quotidiano, non i posti di lavoro”.

Cosa c’entri, non si sa, ma vediamo i dati. A settembre la media delle copie del Fatto vendute in edicola è in crescita dell’8% rispetto al settembre 2015. Le copie digitali vendute sono in linea con l’anno passato. Depurato dell’effetto del boom di gennaio 2015, quando pubblicammo Charlie Hebdo, i dati di Ads (Accertamento diffusione stampa) indicano un calo nei primi 6 mesi del 2016 del 4% sul semestre 2015. Il premier si rallegra di dati fisiologici (e in ripresa) in un mercato, quello dell’editoria, in crisi nera. E migliori dei suoi principali competitor, ai quali Renzi non si sogna di contestare l’impressionante (quello sì) crollo di copie vendute.

 

Flessibilità

La flessibilità non c’era nei trattati Ue. Juncker è andato il 13 gennaio 2015 all’Europarlamento, il giorno in cui noi chiudevamo il semestre di presidenza Ue in cui abbiamo combattuto per la flessibilità, a dire: il mio impegno di presidente della Commissione è avere più flessibilità”.

La flessibilità è prevista dai Trattati. E Il 13 gennaio arrivò una “nota di interpretazione” annunciata da Juncker, pochi minuti dopo il discorso di Renzi che chiudeva il semestre di presidenza italiana, impedendogli di poterla rivendicare. Uno schiaffone.

 

Economia

“Che la situazione economica internazionale sia più favorevole lo pensa Travaglio”

Tra Quantitative easing della Bce, euro più debole e calo dei prezzi del petrolio, il 2015 è stato un anno irripetibile. Per il governatore di Bankitalia Visco, senza il Qe, “l’Italia sarebbe in recessione”.

di Carlo Di Foggia e Marco Travaglio

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