Cronaca/Interno/Politica

Matteo Renzi, Roma 2024 e la tattica del propagandista

La narrazione renziana del no a Roma 2024

Firenze, Matteo Renzi al Wired Next Fest(Di – polisblog.it) – Fra Matteo Renzi e Matteo Salvini c’è la differenza che passa fra tattica e strategia. Il primo si adatta alle situazioni, è camaleontico, pronto a rinnegare oggi quello che ha detto ieri, democristiano nel sangue. Matteo Salvini invece è (e se ne compiace) “audace, istintivo, fuori controllo”, un ariete dalla strategia piuttosto prevedibile, con un vocabolario e un immaginario piuttosto limitati.

Dopo la sfumata candidatura di Roma per i Giochi Olimpici del 2024, Renzi sembrava averla presa morbida:

“Dovranno giustificare la loro marcia indietro, ma noi non intendiamo fare Olimpiadi contro l’amministrazione che deve ospitarle” e, ancora, “è un capitolo chiuso”.

La squadra di spin doctor e ghost writer della sua narrazione ottimistica e sviluppista, però, devono averlo richiamato all’ordine. E il Presidente del Consiglio ha imbastito la sua tattica: far passare la coerenza del sindaco Raggi (nello specifico un raro esempio di causalità fra promesse elettorali e atti amministrativi) come “paura”.

“Non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri. Se invece dici ‘no’ e hai paura, preferisci non metterci la faccia, hai sbagliato mestiere”, ha detto ieri.

A Matteo Renzi andrebbe spiegato, invece, che cosa è successo alla Grecia dopo le Olimpiadi 2004, al Portogallo dopo gli Europei di calcio dello stesso anno, ricordargli il debito imbarazzante di Torino dopo le Olimpiadi 2006 (ah ma la città ha cambiato volto, ora c’è la movida…), magari fargli leggere questo articolo di Clay Dillow su FiveThirtyEight, uno dei punti di riferimento mondiali per quanto riguarda il data journalism.

Dillow spiega, dati alla mano, come le Olimpiadi Moderne abbiano puntualmente sforato i budget preventivati al momento della candidatura. L’ultimo esempio è Rio de Janeiro che aveva previsto una spesa di 3 miliardi di dollari e, all’inizio di agosto, aveva già sforato il budget del 50%, con una spesa di 4,6 miliardi di euro.

Altrove è andata molto peggio: a Sochi, nel 2014, si è speso il 289% di quanto preventivato, nel 1980, a Lake Placid si spese il 324% in più, mentre i Giochi di Montreal costarono il 720% in più di quanto preventivato.

Questo se ci limitiamo ai costi economici, evidentemente gli unici che sembrano interessare a Matteo Renzi.

Dei costi sociali ed ambientali Renzi non parla. La voragine che si è aperta a Torino dopo i Giochi del 2006 non ha solamente aumentato le tasse locali e le tariffe dei servizi: ha fatto a pezzi il sistema socio-assistenziale, il trasporto pubblico, le scuole per l’infanzia, il sistema bibliotecario.

Parlo con cognizione di causa perché vivo a Torino da 41 anni. Se è innegabile che la città abbia saputo cambiare la propria immagine grazie al volano delle Olimpiadi è altrettanto innegabile che il prezzo da pagare sia stato lo smantellamento del Welfare, specialmente in quei settori – come la sanità – che dipendono dalle casse locali.

Provate a chiedere quanti libri sono stati acquistati nelle biblioteche pubbliche torinesi nel 2016. Anzi, andate a vedere il personale volontario che affianca gli organici ridotti all’osso.

Andate nei musei – quelli dei successi sottolineati da Dario Franceschini – e provate a chiedere come è bello lavorare a 4 euro l’ora. Ripeto: 4 euro l’ora.

L’immagine di Torino è cambiata, in meglio, la sostanza, invece, è cambiata in peggio. Ed è con la sostanza che dobbiamo convivere, l’immagine serve solamente alla politica, non alla città e ai cittadini.

Molto probabilmente è proprio Renzi – che accusa Virginia Raggi di avere paura dei ladri e di dover cambiare mestiere – a dover prendere in considerazione un’altra occupazione visto che propone una ricetta politica figlia della Prima Rivoluzione Industriale.

Renzi vuole lo sviluppo a ogni costo e costruisce una realtà illusoria nella quale sono i grandi eventi e le grandi opere a creare lavoro.

La storia di Maria da Penha Macena e di Vila Autodromo e uno sguardo all’impatto ambientale di Torino 2006 raccontano molto delle conseguenze del cemento e dei grandi eventi sulla vita delle persone.

Per le lobby e per i propagandisti al loro servizio l’ambiente, il Welfare i servizi pubblici sono ostacoli da ridimensionare o, nel peggiore dei casi, eliminare.

I ladri non c’entrano niente. Anche se il propagandista ora si gioca questa carta, il nocciolo della questione è un altro: non ce le possiamo permettere.

Non ce le possiamo permettere economicamente.

Non ce le possiamo permettere perché è impossibile fare previsioni da qui a 6 mesi, figuriamoci da qui a otto anni.

Non ce le possiamo permettere perché il Paese ha bisogno di piccole opere diffuse di manutenzione del territorio, non di grandi opere per eventi effimeri.

Non ce le possiamo permettere perché ci sono altre priorità e perché la salvaguardia del nostro paesaggio e del nostro territorio può creare molte più opportunità di un evento di un mese.

I ladri non c’entrano niente. Anche nella remota ipotesi che fosse tutto pulito e che si riuscisse a stare nei budget preventivati, le Olimpiadi sarebbero un errore.

Chiunque abbia a cuore la cosa pubblica è in grado di capirlo.

La domanda viene da sé: Matteo Renzi ha a cuore la cosa pubblica?

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