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Caserta: “Beni Culturali un tunnel che non ha fine”

casertaCASERTA. Sono tanti i laureati in Scienze dei Beni Culturali che hanno partecipato al  “programma di formazione straordinario” 500 giovani per la cultura, definito dalla Circolare “62 Anno 2015 DG-ER “non una forma di lavoro né un tirocinio di formazione […]”

Voglio raccontare la falsità che c’è dietro questa realtà,  dato che il Ministero pare volerla dimenticare nonostante che, da quasi un anno, i “500 giovani” facciano parte integrante di un sistema composto da Enti e Istituti appena riformati…
Archeologi,  storici d’arte, archivisti, bibliotecari, figli di operai che si sono sacrificati non poco economicamente, nonostante lo provano  i tanti  lavori saltuari, che oggi servono ai ragazzi per  conseguire una laurea magistrale.

Oggi chi si definisce vero  cultore della materia, inizia uno stage post universitario all’interno di un ente periferico che, prima dell’attuale riforma, gestisce  due musei nazionali; il nostro  lavoro piace talmente che, con la conclusione  degli  stage, per questi giovani si spera possano  esserci  contratti di prestazione d’opera fino ad oggi.  Purtroppo la vergognosa  remunerazione non era ottimale, non da speranze a chi oggi si affaccia in questo mondo.

Oggi i posti al museo per i studiosi d’arte  rimarranno sogni, il nostro paese non potrà mai vivere di cultura.

Vi raccontiamo una storia, per farvi capire oggi le difficoltà di questo settore. Un giorno, se non erro settembre del 2013, una restauratrice fu selezionata  dalla   direzione di un noto museo  le  inviarono per e-mail  il link al bando di questa “procedura concorsuale pubblica per la selezione di cinquecento giovani laureati da formare, per la durata di dodici mesi, nelle attività di inventariazione e di digitalizzazione del patrimonio culturale italiano, presso gli istituti e i luoghi della cultura statale” descrivendola come un’opportunità da non farsi sfuggire… Beh, non certo per la retribuzione, che era ridotta a un scandaloso  rimborso spese di 5000 euro lordi per l’anno formativo (e le ore di “non tirocinio e non lavoro” sono calate solo dopo vari ricorsi: altrimenti sarebbe stato davvero  vergognoso …).
Questa persona  decise  di provare, in accordo anche con i  suoi  familiari.

La selezione era per titoli (criterio base la laurea triennale e parecchio punteggio per le attività svolte nella Pubblica Amministrazione, quindi lei ne ha maturate un bel po’) e per prova scritta (domande a scelta multipla su storia, informatica, sequenze logiche, tutto il Codice dei Beni Culturali) è terminata con una graduatoria pubblica (resa tale nel febbraio del 2015) che ha classificato questa persona   tra i primi posti nella sua  regione per l’ambito umanistico.

Furono preventivati, infatti, quattro ambiti: umanistico, gestionale, informatico e tecnico, quindi, tra i suoi colleghi in tutta Italia, figurano le professionalità più disparate: dall’ ingegnere all’archeologo, dall’informatico,  allo storico dell’arte, dal laureato in gestione e marketing dei beni culturali all’archivista…

“Il programma formativo straordinario” ha avuto inizio nel maggio 2015 (tengo a precisare che, a questo punto, molti partecipanti avevano ormai raggiunto i 37 anni) con una formazione frontale di due mesi, in teleconferenza dal Collegio Romano, incentrata su sistemi di digitalizzazione e catalogazione su standard ministeriali che i candidati dell’ ambito umanistico, già conoscevano o adoperavano (importante condizione per il punteggio, ricordo, erano i lavori e gli stage presso la pubblica amministrazione…).

L’aspetto più grave di questa  mediocre politica, però, è avvenuto il 1 settembre 2015, quando questa persona  ha preso servizio all’interno degli Istituti e degli Enti ospitanti: il luogo dove svolgere “il programma formativo straordinari” non è stato scelto secondo la formazione di ogni candidato ma secondo la graduatoria e così sono venuti fuori dei “mostri culturali”: architetti in Biblioteche Nazionali, storici dell’arte all’interno di Archivi di Stato, archeologi all’interno di Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio (e per gli archeologi non era stata prevista nemmeno una Soprintendenza Archeologica! Cose da Terzo Mondo: in effetti ora stanno per sparire definitivamente: forse erano stati lungimiranti….), laureati in Gestione e Marketing all’interno di Soprintendenze Archivistiche: un vero scandalo da denunciare!

«Il programma di formazione straordinario» pare abbia subito un’evoluzione bipolare, nato in una maniera e sviluppato in un’altra, natura che coincide con il cambiamento governativo: dal Governo Letta e ministro Bray al Governo Renzi e ministro Franceschini, da una situazione organica definita a una Riforma “MiBACT” ancora in itinere. Man mano che il “non tirocinio e non lavoro” va avanti, emerge la chiara linea di pensiero di nascondere i 500 giovani nell’armadio, come se non fossero mai esistiti.

Allora mi domando i laureati in “Scienze dei Beni Culturali,” non valgono nulla per questo paese che già corre verso l’Inferno. Questi poveri ragazzi non lavorano, non sono tirocinanti, spesso sono inseriti in contesti che non sfruttano e non gratificano la loro formazione, spesso sono un impiccio per l’ente in cui “non lavorano  e non fanno tirocinio”.

E, dettaglio non irrilevante, non sono  pagati da gennaio 2016: quei quattro spiccioli preventivati di fatto non esistono.

Non esistiamo, dunque? Gli studiosi d’Arte in Italia non valgono a nulla !!!

E invece no, i “500 giovani per la cultura” ci sono: altrimenti perché sono stati soggetti alla famigerata “Circolare bavaglio” che vieta agli interni, ai collaboratori esterni ed esplicitamente anche ai “500 giovani” di parlare con gli organi di stampa (coscienza sporca, caro MIBACT!)? Perché, non più tardi di qualche giorno fa, una laureata  in Archeologia  a casa malata ha ricevuto la visita fiscale come fosse un dipendente regolare della Pubblica Amministrazione? Perché, oltre a portare avanti i nostri progetti da bando, questi studiosi sono  spesso impiegati in lavori che spetterebbero a personale interno non esistente per mancanza di organico.

Addirittura alcuni di loro  non possono accedere sui luoghi di lavoro se non in determinati giorni, ovvero quando il personale è presente in ufficio perché non sempre c’è qualcuno, cose che succedono nei musei italiani.  O addirittura quando  si è costretti a tornare volontariamente l’impiegato in pensione, per aiutare l’idoneo del “programma formativo straordinario”…

Dopo tutte queste considerazioni non posso che chiedermi come si possa fare finta che non esistano professionisti laureati di più di trenta anni, con famiglie alle spalle, spesso genitori loro stessi, che conoscono molto bene la macchina del Ministero perché da anni lo frequentano come collaboratori esterni. Che servono come il pane negli Enti e negli Istituti perché il personale non c’è, e sempre meno ci sarà per via dei pensionamenti: soprattutto in tutte quelle aree non più previste (per probabile volontà di delegare tutto ad agenzie esterne) e che costituiscono il vero motore del MiBACT!

Ministro Franceschini, non può nascondere questi giovani: non sono  solo il frutto di una scelta legislativa di un governo passato, sono  professionisti da impiegare! Come fa a non capire che sono una risorsa e non “uno scheletro da nascondere”?
conforto, rabbia, vergogna,  sdegno, incredulità: sinceramente ho difficoltà a capire quale di queste emozioni abbia prevalso dopo aver visto la puntata del 5 Maggio di “Report” su Rai 3, dedicata agli scandali nascosti di Turismo e Beni Culturali in Italia.

“Belli da Morire”, si chiama ironicamente il servizio, che racconta il quadro nero, nerissimo, molto peggiore di quello che avrei mai osato immaginare, della amata  Italia, non parliamo di quello che accade qui nel meridione, la “Reggia di Caserta” rimane l’esempio fondamentale  di ciò che succede tra i dipendenti: “Ci sono dipendenti che non conoscono il significato della parola bene culturale”. Caro Dottor Felicori, intervenga davvero. Se vuole che la Reggia rinasca lo faccia partendo  dai giovani. Ritornando a parlare del servizio “Belli da Morire”  la puntata durava solo 52 minuti, figuratevi  che cos’altro ci avrebbero raccontato con qualche ora in più a disposizione.

Ricchi e felici con il Turismo: non doveva essere un’utopia, ma doveva essere una  splendida affermazione che indicasse il vero rilancio del paese.

“Con tutto quello che abbiamo dovremmo essere ricchi e felici, com’è che non riusciamo a metterlo a frutto?” dice l’incipit della bella inchiesta di Stefania Rimini presentata a Report.

Bella domanda. Quella che ci poniamo tutti, da sempre, e della quale purtroppo tutti noi  conosciamo la risposta. Giochi di potere, interessi privati e politici, soldi mal gestiti, mancanza di competenze e di cultura, indifferenza da parte dei piani alti: insomma, i soliti vecchi “giochetti all’italiana”. Che però in questo caso,  stanno costando all’Italia un patrimonio umano, artistico, culturale, paesaggistico e, non in ultimo, economico, senza precedenti.

L’inchiesta snocciola numeri allo stesso tempo ottimistici e preoccupanti:

L’Italia è il Paese più cliccato su Google dopo USA e Cina
500.000 i posti di lavoro potenziali che si potrebbero creare entro il 2020 secondo il piano del turismo presentato dal ministro Gnudi e attualmente in sospeso
30 miliardi di euro gli incassi che dovrebbero derivare dal Turismo sempre secondo il Piano strategico di Gnudi
Già adesso l’industria turistica dà lavoro a 1 persona su 10
L’Economia della Cultura vale il 15% della nostra ricchezza e dà lavoro a 1 Italiano su 5
Ci sono 160 tipologie di Turismo catalogate al mondo e noi ne possediamo 100
È chiaro: si tratta di un settore strategico e in crescita  se si vuole farlo crescere, e chissà che numeri potremmo fare se riuscissimo a sfruttare a pieno le potenzialità su cui poggiamo i piedi tutti i giorni.

Il problema, è che a presidiare la nostra principale risorsa c’è stato solo “un Ministro senza portafoglio che al massimo ha portato i cani in spiaggia.”

Non sappiamo venderci, non sappiamo promuoverci

A San Francisco, in aeroporto sono esposte continuamente mostre diverse per intrattenere i visitatori e valorizzare il patrimonio locale. A Roma Fiumicino, ci sono solo negozi e ristoranti. Ci sarebbe un museo dedicato alle Navi Romane alle spalle dell’areoporto, ma è un cantiere fermo dal 2002. E poi ci sono i resti romani di Ostia, un sito archeologico di grande spessore a 10 minuti di autobus da Fiumicino, ma di cui i turisti non sanno neanche l’esistenza e non raggiungibile da qui tramite mezzi pubblici.

L’inchiesta va avanti e traccia, sulla stessa scia, un parallelo tra la Lunigiana in Toscana, terra ricca di borghi medievali, castelli e paesaggi straordinari a pochi km dal mare, e la piccola città di St Paul de Vence vicino alla Costa Azzurra. Se andiamo al Borgo di Nicola, vicino al famoso anfiteatro romano di Luni, si trovano solo porte chiuse, niente negozi, nessun ristorante né hotel, come nella maggior parte dei paesi in questa zona. A St Paul de Vence ci sono invece alberghi, ristoranti, gallerie d’arte, musei e mostre in continuazione e il turismo è florido sia in estate che inverno, eppure la Lunigiana non ha niente da invidiare a questa terra.

Il problema? “Non ci sappiamo costruire, non ci sappiamo promuovere”, dice Josep Ejarque. St Paul funziona perché ha saputo vendere un’esperienza turistica, il fatto che da lì sono passati i maggiori artisti del XXI secolo. E ha saputo promuoversi. Perché oggi il turista non arriva più. Devi andarlo a cercare, magari su Internet.

ENIT: una macchina mangia soldi

Il problema,  affermiamo  è che il nostro è un sistema vecchio, dove “Comuni, Province, Regioni, tutti vogliono essere i primi della classe e decidere, ma hanno dimenticato un elemento fondamentale: a decidere è il turista.”

E così, mentre le Regioni buttano via centinaia di migliaia di euro per cofanetti con foto, dvd e inutili brochure che nessuno vedrà, ci lasciamo sorpassare da Spagna e Francia, che con la metà di quello che spendiamo noi, con il Turismo guadagnano molto di più.

Come non toccare a questo proposito il tasto (dolente) ENIT? L’Ente del Turismo è descritto niente più che come un’inutile macchina mangia soldi: “Di 18 milioni di euro a disposizione, 15 milioni sono spesi per il funzionamento.” Inutile citare il caso del portale Italia.it, che tutti conosciamo perfettamente.

L’ENIT ha persino il coraggio di chiedere alle Regioni i loro finanziamenti, ma ormai l’Ente ha perso la sua credibilità e le Regioni preferiscono fare da sole (vedi  la situazione del turismo in Italia: in bilico tra crescita locale e stagnazione nazionale).

Leggi inadeguate per preservare il paesaggio

Non se la passa meglio il nostro territorio: le normative vigenti per preservare i nostri beni paesaggistici sono inefficaci e spesso dannose. Eppure il paesaggio è uno dei cardini del turismo italiano.

Ad esempio è assolutamente vietato intervenire in alcun modo in aree naturali protette che sono quelle  che sono anche grazie alla cura e all’intervento umano nei secoli. Così molte aree si rovinano vittime dell’incuria, come i terrazzamenti delle Cinque Terre, oppure l’abbandono di Pompei, che ormai  e mal tenuto a causa delle imposizioni,  che sono andate  sfaldandosi dando luogo a pericolose frane. I nostri spazi  sono in disuso e i  giovani senza  speranze: un matrimonio che non s’ha da fare.

“Abbiamo un patrimonio pubblico, inutilizzato, di pregio, e dei giovani in cerca di lavoro con delle idee per cavarci fuori un reddito. Cosa fa l’amministrazione lungimirante? Se c’è, dice prego, accomodatevi, un opportunità per voi e anche per me perché così l’immobile non si degrada. Normalmente però, da a Catania a Milano, per chi ha spirito d’iniziativa l’ostacolo è sempre lo stesso.”

A chi, munito di spirito di iniziativa, di progetti di valore e persino di finanziamenti privati, vorrebbe riconvertire gli spazi per dare vita a imprese, musei e attività che arricchirebbero il territorio, le Istituzioni dicono  vergognosamente “no”.

Perché qualcun altro ha bisogno di quegli spazi per i propri uffici, i propri interessi  o semplicemente perché a qualcun altro non va giù che uno spazio pubblico venga concesso in uso ai privati.

“In Italia” diciamo giustamente  “vige la Logica del Feudo!”

L’ultimo capitolo: i solidi spariscono e l’UE taglia i fondi all’Italia

Non ci sono soldi, risorse, fondi: questa è la scusa che più comunemente si adduce in Italia quando si parla di Turismo o Beni Culturali. Ma non sempre rispecchia il vero.

Ad esempio, l’UE aveva stanziato per la Sicilia 48 milioni di euro per 210 nuove imprese legate ai Beni Culturali. Eppure di queste nuove imprese, neanche l’ombra.

Il sipario di Report si chiude sui “grandi gioielli” del turismo italiano, come le gallerie e i monumenti di Roma, adombrati anch’essi dagli interessi personali e dai giochi di potere che non lasciano crescere il Paese. “Per quel che riguarda i grandi gioielli – spieghiamo  – quelli per i quali non servono le idee perché si vendono da soli, come i grandi musei, qui i privati ci sono. Secondo l’Antitrust sono sempre gli stessi a spartirsi in maniera opaca un grandissimo mercato.”

Si tratta sempre delle stesse società, che ottengono ogni volta gli appalti nel silenzio più assoluto, e che poi spesso danno vita a mostre e eventi di scarso valore. Un nome per tutti? Civita, la società che gestisce i servizi di qualcosa come 76 siti, da Pompei agli Uffizi  alla Reggia di Caserta, il cui presidente onorario è nientemeno che Gianni Letta, vicepresidente è Bernabò Bocca e presidente di Civita Servizi è Luigi Abete, ex capo di Confindustria.

Intanto, la Commissione Europea ha proposto di “non finanziare più gli eventi in Italia per lo scarso valore aggiunto.”

Questi sono i giovani laureati che vorrebbero partecipare con chiarezza   <<al programma formativo straordinario»  questi sono i veri 500 giovani per la cultura, che vogliono chiarezza per un settore che potrebbe far nascere una paese,  che oggi  per colpa della politica si sta avvicinando verso il <Terzo Mondo>

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