Cronaca/Interno/Politica

“Tira una brutta aria”: Palazzo in tilt, Renzi all’attacco

Le tifoserie sono schierate. Ma alla fine a decidere saranno gli incerti, che sono quasi un elettore su due

Forse per capirlo è utile fare un giretto nei luoghi più consumati della politica. Il Transatlantico di Montecitorio, per dire. Dove staziona una fauna ammiccante e scafata, fatta di parlamentari in carica, ex, funzionari, faccendieri veri o presunti, lobbisti. Insomma gente di mondo. E ascoltare il sillabante sussurro che scorre sulle labbra della maggior parte di loro: tira brutta aria. Per il governo e il suo leader, è l’ovvio sottinteso. Un non detto così reticente da sfuggire ad ogni, seppur pervicace, richiesta di chiarimento.

Ok, meglio uscire. Il settembrino sole di Roma è una goduria. E poi anche nei dintorni del Palazzo si sfiorano come sciame di particelle che alternativamente si attraggono e respingono, rappresentanti del medesimo cosmopolitismo che tante ne ha viste senza saziarsi mai, e perciò tante ancora vuole vederne. Càpita di ascoltare collaboratori di altissime cariche istituzionali e pure da lì la sommessa giaculatoria che emerge è la stessa: tira una brutta aria. Niente di più, il significato (se c’è: ma c’è?) bisogna afferrarlo con i tentacoli del ragionamento. Meglio se deduttivo.

Per esempio. Se senti che il vento del consenso ti soffia alle spalle, allora punti a capitalizzarlo, preferibilmente a strettissimo giro. Tipo allestire in un batter d’occhio le urne referendarie, ad ottobre come s’era detto. Se al contrario ti lanci in una campagna elettorale allungata come fosse chewing gum, forse è perché invece che alle spalle quel vento ti soffia contro e di conseguenza stirare i tempi diventa, più che opportuno obbligato, nella speranza che succeda qualcosa che cambi verso all’anemoscopio o banderuola che dir si voglia. Chiaro che è una scommessa. Di più: un azzardo, perché se sbagli – e due mesi sono lunghi – oppure la situazione complessiva dentro e fuori l’Italia peggiora, quel vento si trasforma in uragano. Enumerando a casaccio. La gestione del post-terremoto di Amatrice poteva essere occasione per mettere in mostra adeguate capacità leaderistiche: ci sono sempre o si sono volatilizzate? E pure lo scontro con l’Europa: porta voti oppure la minaccia di “fare da soli” sul terribile fronte dell’immigrazione clandestina si trasforma in un boomerang? O ancora: il disastro Raggi a Roma davvero svelle adesioni dal campo grillino per trasferirle in quello del Pd? Almeno su quest’ultimo quesito, della risposta si incarica direttamente l’inquilino di palazzo Chigi: no.

Andiamo avanti. Tira brutta aria significa anche che lo sforzo di compulsare i sacerdoti del moderno vaticinio, ossia i sondaggisti, porta per lo più a scorgere visi appesi e fronti aggrottate a simulare punti interrogativi. Chi li ingaggia, racconta che sono titubanti perché i due schieramenti del Sì e del No sono testa a testa. Precisando subito dopo che poco meno di un italiano su due non ha ancora deciso. Non solo per l’una o per l’altra opzione: non ha proprio ancora scelto se andare a votare o invece cambiare strada quando vede un seggio aperto. Tradotto: al momento le tifoserie di entrambe le fazioni sono schierate e più o meno si equivalgono. Ma la differenza (e il risultato finale) non la faranno i curvaroli bensì tutti gli altri: quelli che resteranno a casa o alla fine a votare ci andranno. Scegliendo chissà come.

Se le cose stanno così, tornando ab ovo, cioè alle incursioni sul fianco berlusconiano, la strategia del premier si delinea con più chiarezza. Spostare al massimo la celebrazione del referendum e lavorare pancia a terra per spingere i dubitosi a schierarsi per il Sì. O i riottosi a lasciar perdere, che poi ai fini del verdetto è lo stesso. Specularmente, le schiere dirimpettaie del centrodestra più passano i giorni, più – sfruttando una spinta eguale e contraria a quella che muove Renzi – si compattano sul No: vedi vertice con Lega e Fdi nella residenza milanese di Silvio. Per fare gli auguri all’ottantenne leader. E confermare che si marcia compatti contro il capo del governo.

Tutto qui? E la forza dell’establishment strenuamente schierata per il Sì? E le cancellerie internazionali? E, soprattutto, la suasion del Colle, vera responsabile dello slittamento del voto referendario a dicembre per mettere in sicurezza la legge di Stabilità? Roba seria. E importante. Mischiata a qualche leggenda metropolitana. Per esempio i “consigli” del Quirinale. Che non ci sono stati. Nel senso che il presidente Mattarella ha fatto sì appello al buon senso istituzionale per garantire il percorso parlamentare della ex Finanziaria, ma tutto lì. Un suggerimento da buon padre di famiglia, niente di meno ma anche niente di più. Il che – per chi lo sa cogliere – forse getta qualche spiraglio (sempre deduttivo, per carità…) anche su un eventuale dopo-Renzi. Allo stato, il punto politico è chiaro: nella decisione di arrivare al 4 dicembre Mattarella non c’entra, è tutta e solo farina (leggi: responsabilità) del sacco renziano. Il che – con un ispessito senso di inquietudine riporta al punto di partenza. Alle mosse di Renzi. E alle loro conseguenze.

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