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“Appello ai lettori e agli artisti: noi ci siamo, voi ci siete?”: di Marco Travaglio

padellaro-travaglio(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Caro Antonio, sembra ieri che discutevamo se un giornale libero e indipendente con la Costituzione come “linea politica” avrebbe trovato abbastanza lettori per vivere. Invece era già sette anni e mezzo fa, ed eccoci qua con il nostro Fatto Quotidiano che ha appena compiuto gli anni senza patire la crisi del settimo, in ottima salute anzi addirittura in crescita – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 1 ottobre 2016, dal titolo “Appello ai lettori e agli artisti: noi ci siamo, voi ci siete?.

Caro Antonio (Padellaro ndr.), sembra ieri che discutevamo se un giornale libero e indipendente con la Costituzione come “linea politica” avrebbe trovato abbastanza lettori per vivere. Invece era già sette anni e mezzo fa, ed eccoci qua con il nostro Fatto Quotidiano che ha appena compiuto gli anni senza patire la crisi del settimo, in ottima salute anzi addirittura in crescita. Chi ci avrebbe scommesso un centesimo, quando lanciammo la nostra sfida, nell’estate del 2009? Pochi, pochissimi, quasi nessuno, a parte un pugno di giornalisti temerari e 18 mila lettori che si abbonarono al Fatto ancor prima che uscisse, sulla fiducia.

È quindi la nostra storia che mi induce a rispondere un Sì convinto alla tua proposta per dare più forza, visibilità e allegria alla battaglia per il No al referendum costituzionale, anche se non so ancora se il nostro giornale troverà le energie e le risorse. Le cose, nella campagna referendaria, stanno andando esattamente come scrivi tu. Nei primi mesi si sono schierati i cittadini più informati e dunque più liberi, quelli che rappresentano il voto di opinione e decidono da soli il proprio futuro. Ora che le urne si avvicinano, dal corpaccione degli indecisi si staccano i sudditi di testa o di tasca, i sudditi per scelta o per necessità, che liberi non possono o non vogliono essere. Infatti si lasciano imbonire dalle promesse di Matteo Do Nascimento e comprare dalle sue elemosine. Si arrendono al Sì più per conformismo o clientelismo che per altro, anche se sotto sotto se ne vergognano. Infatti si nascondono dietro le fumisterie paracule: “La riforma non mi piace, ma è meglio che niente…”, “Renzi non mi va, ma non vedo alternative…”, “temo il salto nel buio…”, “se passa il No vince Grillo e tornano Berlusconi e D’Alema…”. Tutte scemenze: se vince il No evitiamo il peggio e ci teniamo il meglio, punto.

Purtroppo la propaganda del Sì a reti Rai (ed edicole) unificate sta facendo breccia presso i meno avvezzi all’autoinformazione, a dispetto di chi continua a dire che la tv non sposta voti e anzi danneggia chi la occupa. Intanto Mediaset, per la prima volta, va nella direzione opposta a quella dichiarata dal padrone: fa campagna per il Sì o parla d’altro. Come sempre, il Caimano racconta balle agli elettori e impartisce tutt’altri ordini alle sue aziende, governative per necessità. È vero: ora che il gioco si fa duro e il governo mette le armi sul tavolo, la partita si fa sempre più difficile. Tanto più che le bugie sono molto più accattivanti delle verità e occorre molto più tempo per smentire che per mentire. Il che, nei pochi spazi rimasti per il confronto fra Sì e No, è un bell’handicap. Ma ci dobbiamo provare, impegnandoci ventre a terra fino alla sera del 3 dicembre. Qualunque sarà il risultato finale, sapremo di aver fatto tutto il possibile.

Il Fatto continuerà a informare sul No (domani tornano le pagine speciali sulla controriforma tradotta in italiano). Ma dobbiamo allargare la platea a chi non legge, con una piccola o media o grande Woodstock del No. Che dovrà portare speranza, ottimismo, proposte e allegria, lontano dalla cupezza del dibattito iniziatico. Non so se ce la faremo. La riuscita dell’iniziativa non dipende soltanto da noi, ma soprattutto dalla comunità dei lettori e dagli artisti che avranno voglia di schierarsi e impegnarsi con noi in una non-stop che trasformi il No in un messaggio creativo e positivo. Di nomi me ne vengono in mente a centinaia, ricordando i girotondi e poi gli appelli sulla Costituzione minacciata prima da B., poi da Napolitano, infine dai due compari del Nazareno. Ma questa volta è tutto molto meno scontato: nello spettacolo, non tutti possono permettersi di andare contro il capo del governo nella sua battaglia della vita. Chi tiene famiglia e carriera deve tenersi buone Rai e Mediaset con i rispettivi mandanti. E pure il ministero che elargisce i fondi e i Comuni che gestiscono i teatri. E noi, diversamente da un governo che compra voti con soldi pubblici, non abbiamo nulla da offrire in cambio. Quindi faremo così. Tu, io e tutti noi del Fatto lanciamo questa semplice domanda-appello ai lettori, agli amici e alle centinaia di comitati del No sparsi per l’Italia, cioè a tutti quelli che potrebbero riempire il nostro palco e la nostra piazza: se organizziamo una Woodstock del No alla vigilia del referendum costituzionale, voi ci siete? Le risposte che arriveranno le pubblicheremo sul giornale e sul sito. E vedremo se saranno sufficienti. Io ci spero, incoraggiato dall’esperienza faticosa ma appassionante del tour teatrale Perché No con Giorgia Salari (a proposito di artisti coraggiosi), sabotato da molti politici, ma gratificato ogni sera dal tutto esaurito. L’altra sera, a Rimini, s’è avvicinato un vecchio partigiano, nome di battaglia “Tabàc” (che in dialetto vuol dire “ragazzino”): “Avanti così fino alla vittoria del No”. Gli ho risposto: “Speriamo”. E lui: “Non è una speranza, è una certezza”. Mi ha ricordato la frase di un altro grande vecchio, Indro Montanelli, che mi torna in mente spesso, specialmente in momenti come questi: “Allo specchio, cioè al bilancio della propria vita, prima o poi ci si arriva. E lo specchio non vi giudica dai successi che avrete ottenuto nella corsa al denaro, al potere, agli onori; ma soltanto dalla Causa che avrete servito. Tenendo bene a mente il motto degli hidalgos spagnoli: ‘La sconfitta è il blasone delle anime nobili’”. Noi ci siamo, e voi?

 

“Una Woodstock di attori e cantanti per vincere col No”: di Antonio Padellaro

Caro Marco, incontro spesso persone che parlando del referendum del 4 dicembre mi dicono: non ho ancora deciso. E a me viene istintivo pensare: voteranno Sì, ma preferiscono non confessarlo, forse perché un po’ se ne vergognano. Sarò sfortunato o forse frequento la gente sbagliata, anche se fino a poco tempo fa quegli stessi mi parlavano malissimo di Matteo Renzi e delle sue riforme. Ecco, penso che il pericolo siano i molti, i troppi che una volta giunti al dunque si turano il naso. Succedeva, lo ricordiamo tutti, con la vecchia Dc, ingiuriata e disprezzata nelle piazze ma non nelle urne visto che poi, invariabilmente, vinceva le elezioni.
È successo con Silvio Berlusconi, pubblicamente insultato e deriso per vent’anni e che per vent’anni ha ricevuto valanghe di voti. Con cui ha dominato l’Italia, stando a Palazzo Chigi o alternativamente sparando sul pianista. Dicono che l’italiano medio sia fatto così: piove governo ladro, ma quando si tratta di dare una sterzata spesso si fa prendere dalle vertigini. Infatti tante brave persone si chiedono: Renzi è quello che è ma se cade lui chi prenderà il suo posto? Grillo e la sua banda di incompetenti? Per carità.

Siamo il Paese del male minore: Renzi e i suoi sodali furbescamente ci campano sopra con le solite insopportabili balle retoriche rilanciate dall’informazione. Cose del tipo: non sarà la migliore delle riforme ma se vince il No questa Costituzione resterà immobile per sempre. Oppure: certo, si poteva fare meglio e di più, ma intanto il Sì ridurrà il numero dei parlamentari, taglierà le spese e finalmente abolirà il povero Cnel, fucina di tutti i mali. Altro che tagliare le unghie alla casta, sarà solo un modo per farle la manicure. Nondimeno chi cerca un alibi per turarsi il naso lo avrà. Ma di quanta gente parliamo? Stando all’ultimo sondaggio attendibile, quello di La 7 (26 settembre), il No (35,5%) manterrebbe un vantaggio di circa sei punti sul Sì (29,6%). Bene, se non fosse per il numero consistente degli (ancora) incerti: quasi il 35%. Sono cittadini intenzionati a votare ma che alla domanda del campione rispondono: non ho ancora deciso o qualcosa di simile. Difficile non pensare che la maggior parte di essi sia intenzionata a votare per il Sì ma che preferisce non dirlo. Come per la Dc. Come per Berlusconi. Il mio pessimismo aumenta se penso alla potenza di fuoco che Renzi si appresta a scatenare per portare il maggior numero di incerti dalla sua parte. Nei due mesi che mancano, si sa, occuperà la tv a reti unificate promettendo qualsiasi cosa. Una sorta di Babbo Natale giunto in anticipo con la sua gerla di doni fasulli. Come il Ponte sullo Stretto, la più sputtanata delle trovate, ma tutto fa brodo se serve ad abbindolare qualche allocco di destra.

Temo invece che il No abbia già fatto il pieno. Quello dei Cinque Stelle sarà compatto ed è probabile che anche gli elettori di Matteo Salvini daranno il loro fattivo contributo per mandare a casa il premier. Forse anche nella sinistra del Pd potrebbe emergere un voto “contro”, ma non mi faccio troppe illusioni. Non mi fido invece dell’elettorato di Forza Italia. Berlusconi come sempre pensa agli affari suoi e comunque appare tiepido assai. A parte Renato Brunetta (chi l’avrebbe detto trovarselo come alleato) non si annuncia in quel mondo una particolare mobilitazione. Il 4 dicembre, vedrai, il berlusconismo militante (o ciò che ne resta) perlopiù se ne starà a casa e a votare ci andranno i favorevoli al Sì. In fondo Matteo è un Silvio più giovane, senza il Milan e il bunga-bunga. Quello che il nostro giornale può fare per smuovere perplessi e deboli di spirito lo sta già facendo. E molto ancora si ripromette di fare e farà, come annunci nei tuoi editoriali. Quel gigantesco NO che avvolgeva il Fatto di martedì scorso, con tutte le ragioni per bocciare una controriforma pessima e antidemocratica è il manifesto soprattutto della ragionevolezza.

Temo tuttavia che non sia sufficiente spiegare alle persone quanto quel testo scritto con i piedi abbia un solo scopo: mettere a disposizione dello statista di Rignano un potere che nessun altro premier ha mai avuto dopo la caduta del fascismo. Molti lo hanno già capito, ma temono il vuoto. Quel vuoto creato artificialmente dallo stesso Renzi per spaccare l’Italia e prendersi ciò che ne resta dobbiamo provare noi a riempirlo. Penso a una grande manifestazione popolare, con tutti quelli che ci stanno e non sarebbero pochi. Una Woodstock del No, con dentro tutta la musica e le parole di cui siamo capaci. Un luogo dove smontare le troppe menzogne con cui cercano di avvelenarci. E dove riderne. Un grande spettacolo civile. Una grande dimostrazione d’amore per la più bella Costituzione del mondo. Quella a cui, fin dal primo numero, abbiamo dedicato il nostro giornale.

Poi mi sveglio e rifletto su quanto sia difficile mobilitare, e forse anche mettere d’accordo, un arcipelago di comitati per il No che (leggo sul Corriere della Sera) ha in cassa 180mila euro o poco più. Hai idea, mi dicono quelli pratici, di quanto costa soltanto allestire un palco? E le spese vive degli ospiti della tua Woodstock poi chi le paga, le microdonazioni? Insomma caro Marco, dovremmo tutti quanti essere capaci di sognare la nostra festosa giornata del No, ma stando con i piedi ben piantati nella realtà. Gli annunci che non si realizzano, lasciamoli a quell’altro. È possibile? È impossibile? Tu cosa ne pensi? Un abbraccio.

 

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi

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