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“Il segreto di Zingarella”: di Marco Travaglio

zingaretti-nicola(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Premessa 1. La falsa partenza della giunta di Roma è un duro colpo per la credibilità di un movimento che vuole governare l’Italia. Virginia Raggi ha faticosamente trovato gli assessori al Bilancio e alle Partecipate dopo un mese di sede vacante. E ora deve sostituire Paola Muraro, non perché è indagata per traffico di rifiuti e abuso d’ufficio (è bene leggere le carte dei pm prima di decidere), ma perché ha mentito sulla sua consapevolezza di esserlo. La luna di miele con gli elettori sta per finire. Se non arriveranno prove di efficienza e novità, non sarà solo la fine della Raggi, ma dell’intero M5S – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 07 ottobre 2016, dal titolo “Il segreto di Zingarella” –.

Premessa 2. Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti (Pd) è, fino a prova contraria, una persona perbene, mai sfiorata prima d’ora da scandali giudiziari e da sospetti, anche se su alcuni collaboratori è lecito più di un dubbio.

Ciò premesso, l’altroieri si è appreso che Zingaretti è indagato da mesi nel fascicolo Mafia Capitale per due presunte corruzioni e una turbativa d’asta, in seguito ad accuse di Salvatore Buzzi che non avrebbero trovato riscontri, tant’è che la Procura ha chiesto l’archiviazione. Idem per il presidente del Consiglio regionale Daniele Leodori (Pd), che qualche giorno fa ha scoperto di essere inquisito per turbativa d’asta. Deciderà il Gip se Zingaretti e Leodori vanno archiviati o rinviati a giudizio. Lo stesso vale per altri 114 fra politici, amministratori, imprenditori, professionisti e faccendieri, ora proposti per l’archiviazione. Nessuno aveva finora saputo che fossero sotto inchiesta, diversamente da un’altra cinquantina di indagati, dall’ex sindaco Alemanno in giù, di cui si seppe subito tutto. Alemanno è poi finito a giudizio, anche se è caduta l’accusa di mafia e sono rimaste quelle di corruzione e finanziamento illecito.

C’è stata una disparità di trattamento, fra chi da due anni si ritrova su giornali, tv e siti sotto le insegne poco onorevoli di Mafia Capitale, e i 116 che ci sono finiti solo ieri, con spazi ben più ridotti e sotto titoli molto meno infamanti che li associano a una richiesta di archiviazione? Sì, c’è stata, anche se in parte è insita nelle regole del nostro sistema penale. Prima del processo, la notizia che Tizio è indagato diventa pubblica quando l’interessato viene arrestato (e riceve l’ordinanza di custodia), interrogato o perquisito (e riceve l’avviso di garanzia); quando Tizio è citato con tanto di imputazione in atti che riguardano suoi presunti complici; quando qualche fonte investigativa la spiffera ai giornali, che doverosamente la pubblicano. Tutto, insomma, è affidato al caso.

Roma, poi, i 5Stelle hanno adottato grazie alla Raggi una regola tanto nuova quanto encomiabile: chiedono a chi si candida a far parte della giunta il certificato di “nessuna indagine a carico”. L’aspirante assessore si reca in Procura, chiede se è indagato e gli viene rilasciato un documento che attesta le eventuali indagini che lo riguardano. In base all’art. 335 del Codice di procedura penale, i pm devono rilasciarglielo, a meno che non sia accusato di reati gravissimi (mafia, terrorismo e pochi altri); e, se vogliono tutelare la riservatezza delle indagini per compiere atti a sorpresa, possono segretare la sua iscrizione con decreto motivato per non più di tre mesi. È così che a metà luglio la Muraro scoprì di essere indagata fin da aprile e lo comunicò alla Raggi, che ne informò la Taverna, che lo scrisse via email a Di Maio (e ad altri), che fece il pasticcio noto a tutti. I partiti e giornaloni scrissero che è “la prova che i 5Stelle sono come tutti gli altri”. Invece è la prova che sono diversi: nessun partito chiede ai suoi il certificato di nessuna indagine a carico. Anzi, gli altri sperano di non sapere nulla, almeno fino alla richiesta di rinvio a giudizio, di cui poi s’infischiano in attesa della Cassazione (e spesso neppure quella), o meglio la prescrizione (che spacciano per assoluzione).

Qual è il problema? Da tre mesi la Muraro (e con lei la Raggi), per una notizia chiesta, saputa e comunicata da lei stessa, viene lapidata dai media manco fosse Totò Riina. Il suo nome viene continuamente accostato a Mafia Capitale, anche se la Procura ha già smentito qualunque legame. Soprattutto dopo che il premier Renzi ha calunniato lei e la Raggi, dicendo che “la svolta dei 5Stelle a Roma è stata dare i rifiuti in mano a Mafia Capitale”. Intanto due alti esponenti del Pd, il governatore del Lazio e il presidente del Consiglio regionale, erano e sono indagati proprio per Mafia Capitale, con ipotesi di reato molto più gravi (corruzione il primo, turbativa d’asta il secondo). Ma nessuno lo sapeva nè ha mai scritto un rigo. Se il Pd facesse come i 5Stelle, Zingaretti e Leodori avrebbero saputo tutto e l’avrebbero comunicato ai vertici. E i giornalisti scatenati per mesi all’inseguimento di Raggi, Taverna, Di Maio, Di Battista & C. avrebbero dovuto fare altrettanto con Renzi, Boschi, Orfini e Serracchiani: “Lei sapeva? E da quando? E perché non ha detto né fatto nulla? Un indagato per Mafia Capitale non si deve dimettere? Ma allora siete come gli altri?”. Invece la notizia esce solo adesso, in trafiletti invisibili, dove il fatto non è Zingaretti indagato, ma Zingaretti scagionato. Ora, per evitare le solite litanie sulla “gogna mediatica” e i “due pesi e due misure”, non c’è che un modo. O tutti i partiti chiedono ai loro candidati di esibire il certificato di nessuna indagine a carico e lo rendono pubblico qualunque notizia contenga; oppure si dà accesso al registro degli indagati anche alla stampa, almeno quando si tratta di personaggi pubblici. Così si sa tutto di tutti. Altrimenti la trasparenza diventa un boomerang: chi non vuole e non fa sapere nulla risulta più pulito di chi vuole e fa sapere tutto.

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