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Marino oggi assolto, domani chissà. Ma le bottiglie da 80 euro le scolò

Ignazio Marino eletto Sindaco di Roma(di Franco Bechis – limbeccata.it) – L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino è stato assolto in primo grado dai reati di peculato per la famosa vicenda dei 13 mila euro di scontrini per 56 cene pagate con la carta di credito del comune di Roma. Sempre in primo grado è stato assolto anche dall’accusa di truffa sui contributi Inps per alcuni collaboratori considerati fittizi che avevano lavorato per la onlus Image da lui presieduta.

Nel primo caso l’assoluzione è stata decisa per non avere commesso peculato, e nel secondo caso perché il fatto non costituisce reato. Così almeno ha deciso il gup romano Pierluigi Balestrieri dopo appena 15 minuti di Camera di consiglio. Ci vorrà qualche tempo per avere le motivazioni di questa sentenza, e capire se a fare cadere il reato di peculato sulle cene sia stata la decisione presa dallo stesso Marino di rifondere al Comune di Roma quanto speso con la carta di credito pubblica quando un anno fa la stampa aveva rivelato l’esistenza di quegli scontrini.

O se invece siano emersi durante il processo che si è svolto con il rito abbreviato lontano dai riflettori elementi e testimonianze che abbiano escluso un utilizzo privato di quei rimborsi (secondo alcuni ristoratori ascoltati dai pm Marino era accompagnato in almeno 5 casi da familiari e non da ospiti invitati per la sua funzione da sindaco). Per la seconda inchiesta è stata invece esclusa la conoscenza di Marino di quel che avveniva all’interno della onlus da lui presieduta: faceva in maniera distratta il presidente di Image, e quindi ignorava quel che dentro avveniva, ma le collaborazioni fittizie e le irregolarità contabili esistono secondo il tribunale di Roma, che ha rinviato a giudizio i suoi collaboratori dell’epoca cui non è stato concesso- a differenza dell’ex sindaco- il rito abbreviato.

La vicenda giudiziaria di Marino dunque non è affatto conclusa con quella assoluzione di primo grado, perché è assai probabile che quando saranno note le motivazioni la procura di Roma, che resta convinta della colpevolezza di Marino, farà ricorso e quindi bisognerà passare anche attraverso un secondo grado di giudizio. Come Marino per vicenda assai simile e con lo stesso capo di accusa sui rimborsi spesa in Rai fu assolto in primo grado con identica motivazione l’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, che come lui aveva restituito tutti i rimborsi ottenuti. In secondo grado però altri giudici hanno deciso diversamente, senza nemmeno istruttoria dibattimentale, semplicemente interpretando in modo opposto quel che in primo grado era servito all’assoluzione. La giustizia italiana è questa, e solo a vicenda conclusa definitivamente si può gioire o dolersi per le sentenze.

Se la vicenda giudizia di Marino ha segnato un punto a suo favore, ma non è conclusa, la sentenza di primo grado ha riaperto invece le ferite e le polemiche politiche. Per quegli scontrini di fatto Marino fu licenziato da Matteo Renzi e dal commissario del Pd romano Matteo Orfini che si rivolsero da un notaio raccogliendo le firme dei consiglieri di maggioranza e di alcuni consiglieri di opposizione (Lista Marchini e Fratelli di Italia) per fare decadere sindaco e consiglio comunale.

Tutti i Pd si sono lanciati da un lato a felicitarsi per un’assoluzione che invece ha fatto venire a gran parte di loro il maldipancia, dall’altro a rimarcare in coro come Marino non fu licenziato per gli scontrini, ma perché amministrava male Roma. Un mantra ripetuto nell’ordine dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, da quello della Difesa, Roberta Pinotti, dal capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, dallo stesso Orfini e dall’ex assessore di quella giunta comunale, Stefano Esposito, che ha pure rincarato la dose: “era un bugiardo”.

Renzi almeno ha taciuto, perché la tesi del giudizio sull’operato amministrativo di Marino cozza rumorosamente con le modalità scelte per dargli il benservito: fosse stata una questione politica o una bocciatura del suo modo di governare la città, sarebbe stato scelto un dibattito pubblico in consiglio, con la spiegazione di tutte le ragioni e la votazione di una mozione di sfiducia al sindaco che senza maggioranza si sarebbe comunque dimesso. Ma la spallata alla luce del sole fu evitata, anche perché all’epoca non era chiaro chi avrebbe potuto in pubblico scagliare pietre contro il sindaco (ad esempio abbiamo appreso ieri- con la richiesta della sua archiviazione- che uno dei promotori della spallata, Alessio Onorato della lista Marchini era da mesi indagato per corruzione nell’inchiesta di Mafia Capitale).

Marino all’indomani dell’assoluzione di primo grado si è tolto tutti i sassolini possibili dalla scarpa, lanciandoli contro Renzi, “unico mandante” dei suoi “26 accoltellatori” dell’epoca. Ed è comprensibile, perché chi di avviso di garanzia colpisce quasi sempre della stessa arma perisce. L’errore del Pd e di molti altri fu allora quello di volere portare su un campo giudiziario una questione che era- anche sugli scontrini- squisitamente di costume ed etica politica. Così il Marino reprobo di allora appare oggi una Vergine immacolata altrettanto ingiustificatamente. Perché resta un sindaco che ha causato disastri alla città, che usava solo piccole cose di immagine per pavoneggiarsi con una stampa che ha dominato per qualche tempo. E anche nella vicenda degli scontrini resta un sindaco di una città in fallimento che quando usciva la sera- fosse anche con ospiti istituzionali- usava la carta di credito del Comune per ordinare bottiglie di vino da 80 euro…

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