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Renzi, arriverà la rivolta del popolo mite del Pd

A questo partito preso a botte serve un leader pacato e pluralista. Uno come Enrico Rossi.

enrico-rossi-matteo-150907173701_medium(di lettera43.it) – C’erano tante buone ragioni per non fare il Partito democratico.

C’era, per esempio, quella che un centro progressista e una sinistra riformista avrebbero potuto collaborare e tenere in vita un centro-sinistra meglio di un partito forzosamente unificato nel 2007.
A riprova di quanto quell’unificazione fosse una forzatura vennero, le settimane dopo, i congressi di scioglimento di Democratici di sinistra (Ds) e Margherita con la Cosa nuova che era nel pallone.
Senza Walter Veltroni – che si inventò il Lingotto, unica prova decente del Pd – la nuova nave si sarebbe arenata subito.
Veltroni fece un grande tentativo di dar vita a una cultura “democratica” e cercò di inventarsi un partito meno vecchio.
Cose spesso confuse, ma Walter sollevò entusiasmo e mise al lavoro intelligenze.
Poi perse le elezioni del 2008 contro Silvio Berlusconi pur con un risultato eccellente e di lì a poco, come fa sempre quando non regge lo scontro interno, se ne andò. Il Pd muore lì.
SEGRETARI A MEZZO SERVIZIO. Dopo Veltroni ci sono segretari a mezzo servizio, cioè a mezzo servizio di una idea che non è interamente loro né che loro riescono a inventare per dare alla nuova creatura vitalità.
Da subito si è parlato di scissione. L’hanno evocata quelli della Margherita che temevano di esser surclassati dall’apparato ex comunista (quante sciocchezze di questo famoso e benemerito apparato!), Romano Prodi mise il muso e se ne andò invece di stare in campo a difendere quel partito nato dopo un suo personale diktat.
Massimo D’Alema si scoprì piddino della prima ora, salvo poi tornare proto-socialista.
Era invitabile che a questo punto arrivasse uno come Matteo Renzi.
Se D’Alema non avesse ucciso i suoi giovani nella culla, avremmo avuto un Renzi di sinistra.
Invece quello venuto fuori viene dalla “cantera” di Francesco Rutelli.
SALTATE TUTTE LE REGOLE. Dopo questo successo renziano avvenuto sul campo di battaglia delle Primarie, è cominciato lo scontro di cui ci stiamo occupando tuttora.
Sono saltate tutte le regole. Renzi ha fatto saltare le regole della convivenza col passato (vi immaginate se nel partito democratico americano avessero proposto a Ted Kennedy di levarsi dalle palle perché anziano e spesso sconfitto?), ha invaso con gente sua, i cosiddetti napoletani di Firenze, Palazzo Chigi, ha acceso cento fuochi di guerriglia perché la pace è una condizione che aborrre.
I nemici di Renzi hanno scoperto che nel Pd può arrivare al primo posto uno che non è mai stato né comunista né democristiano.
Uno anagraficamente nuovo che non ha la minima considerazione di quel che eredita.
NELLE MANI DEL BARBARO. È partita in quel momento la campagna per dire alla sinistra che, inaspettatamente, il partito che tutti sognavano (ma quando mai?) era finito nelle mani del barbaro di Rignano.
Tutto ciò che ascoltiamo in questi giorni («il Pd è casa mia, solo l’esercito mi manderà via», «il Pd  rompe con una tradizione di sconfitte del centro-sinistra») sono puri esercizi retorici e anche pure falsità.
Il Pd è nato male, è nato vecchio, non c’è alcuno che lo voglia tenere in vita dandogli un futuro.
È per queste ragioni che il dibattito attuale sul referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 è una inutile perdita di tempo.
Credo che l’apertura di Renzi sull’Italicum e sull’elezione dei senatori avrebbe potuto chiudere la discussione e la sinistra avrebbe potuto dire di aver strappato un risultato.
Invece no. Perché no? Perché sia Renzi sia la sinistra non sanno che cosa vogliono dal Pd e nelle loro contrapposte fila molti non vogliono più il Pd.
È UN’OCCASIONE STORICA. Renzi pensa al suo partito del premier o partito della nazione, Bersani ma soprattutto D’Alema pensano a una nuova ditta.
Invece il Pd preso a botte, messo in un angolo, umiliato dai suoi leader resta paradossalmente, più oggi di ieri, un’occasione storica.
È l’unica frontiera democratica contro il populismo, è l’unica formazione politica che può modernizzarsi a partire da un popolo avvilito ma in campo.
È in grado, per la prevalenza dei “nativi”, di far convivere passato e presente. Serve solo uno o tanti che se ne occupino, ne facciano una cosa di sinistra riformista, e stabiliscano l’orizzonte socialista e critico.
Serve un leader mite e pluralista.
So che molti di coloro che mi leggono, legittimamente, penseranno che sto tirando la volata al candidato Enrico Rossi.
Non userò questo spazio per questa attività. Ma non posso tacere, di fronte a quel che accade, che fra l’arrendersi a una fazione o l’andare a casa si può cercare, con Rossi o altri, una via diversa.
Se vincerà la destra o Beppe Grillo ci sarà la rivolta del popolo mite del Pd, che non farà prigionieri.

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