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“Caro Dario”: di Marco Travaglio

dario-fo131031180539_big(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Caro Dario, da dove cominciamo? Dalla prima volta, una ventina d’anni fa nella hall di un alberghino di Palermo, quando tu e Franca da una parte e io dall’altra litigammo fino a notte fonda sul caso Sofri-Calabresi? O dall’ultima, un pugno di giorni fa, quando ci sentimmo per immaginare come sarebbe stata bella una serata di artisti per il No al referendum? “Marcoooo? Qui è Darioooo!”. Iniziavano sempre così le tue telefonate mattutine (si fa per dire, visti i nostri incompatibili fusi orari), con quella tua voce in falsetto, squillante di fanciullesca freschezza e traboccante di incontenibile allegria e gioia di vivere – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 14 ottobre 2016, dal titolo “Caro Dario” –. Una voce che s’incrinava appena solo quando parlavi di Franca (“L’ho sognata anche stanotte, bellissima, lei mi leggeva il Fatto, poi scrivevamo un pezzo per voi…”). Ora che l’hai raggiunta in quel Paradiso che non ho mai capito se per te esistesse o meno, con la sua sciarpa rosa attorno al collo, posso finalmente dirti quanto orgoglio ci desse sapere che il Fatto era il tuo, il vostro giornale. E quale privilegio fosse mettere in pagina i tuoi, i vostri articoli. E quanta serenità ci trasmettesse sapere che ci tenevi la mano sul capo. Non perché tu fossi un premio Nobel, cosa di cui ridevi spesso per fugare anche il più remoto sospetto di esserti intrombonito (“Per me la censura delle mie opere nella Turchia di quel coglioncione di Erdogan vale più di cento Nobel”, dicevi un mesetto fa).

Ora che tutti – anche chi ti ha sempre detestato e censurato – ti celebrano – come sempre in Italia – da morto, anzi proprio perché sei morto, per noi sarai sempre il Dario vivo. Vivo più di quanto nessuno sia mai riuscito a esserlo. Ripetevi di essere un uomo fortunato, per aver potuto fare e dire tutto ciò che volevi, e non sai quanto siamo stati fortunati noi a condividere tanti minuti con te. Anche, anzi direi addirittura, sul tuo stesso palco. La prima volta fu al Palavobis di Milano, nel 2002, quando ci ritrovammo grazie a Paolo Flores d’Arcais nel più grande girotondo contro le leggi vergogna di B.: 40 mila persone dentro e il doppio fuori. Tu stavi poco bene, avevi dato forfait e invece arrivasti a sorpresa all’ultimo, inscenando un frammento dell’Ubu Bas. Alla prima milanese dell’Anomalo bicefalo, mi facesti organizzare un dibattito introduttivo con alcuni magistrati. E quando tu e Franca vedeste Armando Spataro, aveste un lampo improvviso: “Spataro? Ma lei non è quello che tanti anni fa voleva arrestare nostro figlio Jacopo? E vabbè, acqua passata… Miracoli di Berlusconi!”. Finì in un abbraccio fra voi tre….(continua)

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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