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“Da Dario a Nino”: di Marco Travaglio

dario fo(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Certi elogi, come le onorificenze per Longanesi, non basta rifiutarli: bisogna proprio non meritarli. Anche in questo, Dario Fo è stato fortunato. Pensate che sfiga se ieri, in viaggio verso il cielo, gli fosse capitato fra capo e collo un complimento di Brunetta, un saluto commosso di Libero, un titolo encomiastico del Giornale o, peggio, del Foglio. Sarebbe tornato giù apposta per rimediare, alla sua maniera, con uno sghignazzo. “Scusate, ho affidato il mio elogio funebre a Carlin Petrini, ma mi son dimenticato di precisare da chi non lo vorrei proprio: ecco, da questi proprio no – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 15 ottobre 2016, dal titolo “Da Dario a Nino” –. Da questi, più che un omaggio, gradirei l’estremo oltraggio”. Per sua fortuna, ne ha avuti parecchi anche senza chiederli. Anche da un giornale che un tempo lo osannava: Repubblica fondato dall’ex fascista Scalfari, che lo gratifica di una biografia dedicata per metà a quei pochi mesi di diciottenne “ragazzo di Salò” (su 90 anni di vita). E anche da La Stampa, dove Mattia Feltri non riesce a vedere nella sua lunga vita altro che un’interminabile e coerente “ostilità per l’Occidente”, da Salò a Mao a Grillo. E ritira fuori il manifesto dell’Espresso contro il commissario Calabresi, come se l’avesse firmato solo Fo e non decine di intellettuali fra cui alcuni dei padri nobili de La Stampa; come se Calabresi non l’avesse poi ammazzato un commando di Lotta continua che lo stesso Feltri jr. ha sempre spacciato per innocente.

Ma il bello dei cani sciolti come Dario, quando hanno ragione e quando hanno torto, da vivi come da morti, è proprio questo: sorprendere, spiazzare, dividere, mettere in crisi, seminare scompiglio, rompere schemi, creare cortocircuiti. Non si sa da che parte prenderli e non si riesce a etichettarli, classificarli, intrupparli. Pensate alla tristezza di uno Staino, ex vignettista divenuto direttore di un giornale di partito, costretto a separare il Fo “uomo libero” dallo schiavo dei perfidi 5Stelle, il Fo buono da quello cattivo che “si era allontanato dalla nostra area” e (orrore!) dal “partito” per “avventurarsi sul terreno assai scivoloso del populismo di Grillo”. E non si accorge che Fo è sempre stato Fo, con i suoi sbagli e i suoi meriti, sempre anarchico, sempre gratis, sempre dalla parte del torto: da Salò alla sinistra senza partito, dall’anticlericalismo alla simpatia per papa Francesco, dall’antiberlusconismo al gufismo grillino. È uno spettacolo impagabile l’imbarazzo con cui guardano a Fo la politica e la grande stampa al seguito, avvezze al vizio di irregimentare tutto e tutti nel vecchio schema “mio-tuo”, “noi-loro”, “amici-nemici”…(continua)

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi

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