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I nuovi schiavi d’Italia

I rider di Foodora pagati 2,70 euro a consegna. Ma anche freelance e voucheristi. È il popolo degli sfruttati. Analisi della guerra tra poveri per un lavoro-mancia.

alcuni-rider-foodora-161014125431_big(di lettera43.it) – Aspettano una luce sul cellulare.
Ordinazione, ristorante, indirizzo. E partono, in bici o con lo scooter, per le strade di Milano e Torino.
A ogni ora del giorno, i rider rosa di Foodora corrono contro il tempo e i semafori rossi.
Più consegne, più euro. Senza fisso, ferie, malattia.
Tre euro lordi, 2,70 netti, a recapito. Che, dopo la ‘rivolta’, il team torinese ha offerto di portare a 4 euro, sempre lordi.
OFFERTA NON ACCETTATA. Nel pacchetto, rinviato però al mittente dai lavoratori – che per l’azienda sono solo «collaboratori» -, rientrano pure una convenzione per la manutenzione delle bici, 50% di sconto in tre officine e la riorganizzazione delle modalità di comunicazione interna, che aveva qualche problema operativo.
L’agitazione così continua. Per difendere quello che Foodora ha definito «un secondo-terzo lavoro ideale per un team giovane che ama andare in bicicletta».
Tradotto: un modo per tenersi in forma raggrannellando un po’ di euro con cui arrotondare lo stipendio principale.
PRIMO LAVORO, CHI L’HA VISTO? Peccato che con una disoccupazione all’11,4% (contro il 4,2% della Germania) e con quella giovanile al 39%, il lavoro ‘vero’, quello con cui si sbarca il lunario, tanto per restare nei luoghi comuni, non sia così a portata di mano.
Senza considerare il fatto che «non sta al cosiddetto datore di lavoro stabilire a cosa servono i soldi che uno guadagna», fa notare a Lettera43.it un rider.
IL CASO ARRIVA AL MINISTRO. Lo stato d’agitazione di questi fattorini 2.0 ha colpito anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha dichiarato: «Ho letto con sorpresa la situazione che si è verificata in questi giorni, a fronte di una manifestazione di giovani che lavorano in bicicletta. E questo è solo un caso: sappiamo che ci sono situazioni anche più complesse».
«LA POLITICA È COMPLICE». Il gruppo Deliverance project ha risposto su Facebook: «Siamo molto soddisfatti di aver scomodato la politica a più voci, fino ad arrivare al ministro Poletti».
C’è un ”però”: «Della solidarietà e della partigianeria a nostro favore ce ne facciamo poco, ministro. La politica e chi di competenza diano risposte concrete alla precarietà dilagante. Sappiamo bene che le responsabilità sono sì delle aziende che, come Foodora, si approfittano finché possono di tutte le opportunità per creare profitto e sfruttare chi lavora. Ma sappiamo altrettanto bene che in tutto ciò la politica è complice».

Non chiamiamolo precariato: è schiavismo

I rider di Foodora come le donne e gli uomini braccianti (stranieri e italiani) che sotto caporale si spaccano la schiena in tutta Italia per pochi euro al giorno in nero.
Gli operatori di call center come i magazzinieri di Amazon.
Le migliaia di freelance del giornalismo costretti a mettere insieme uno stipendio a forza di pezzi scritti a tre euro l’uno come i lavoratori pagati con i voucher, una popolazione in crescita visto che dal 2008 a oggi ne sono stati venduti 347 milioni, 102,4 milioni solo nel 2015.
Non si parla più nemmeno di precariato, ma di nuovo schiavismo.
Precari, anzi nuovi «schiavi», spiega a Lettera43.it Giovanni Arduino, scrittore, traduttore e autore con Loredana Lipperini di Schiavi di un Dio minore (Utet). E non da oggi.
UN GIOCO AL RIBASSO. «Voucher, cottimo, pagamenti a percentuale», continua Arduino. «Essere pagati con buoni pasto può persino essere una chiccheria. Tutto l’immaginabile è già stato fatto o lo sarà presto».
Un gioco al ribasso che non pare avere fine. E che si nutre della crisi.
La responsabilità però è anche di chi accetta determinate paghe e determinate condizioni.
NON BISOGNA DIRE SÌ. «Se dici di sì a ogni tipo di lavoro per cifre sfacciatamente fuori mercato, questo è ciò che accade», mette in guardia l’autore.
«Non si tratta solo di schiavismo, ma anche di autoschiavismo. Il risultato? Avrai più lavoro, questo sì. Ma sarai pagato sempre meno». E le eccezioni non sono contemplate.
AUMENTO DI MALATTIE. Non solo. «Se per finire un lavoro, sia esso una traduzione o la costruzione di un tavolo, occorrono tre mesi», sottolinea Arduino, «ma tu accetti di terminarlo in un mese e a una cifra fuori mercato allora la risposta è una: ti ammazzi di lavoro».
Non a caso, fa notare, «si registra un aumento vertiginoso di malattie da lavoro che non sono né dimostrabili né riconosciute».

È l’economia del lavoretto, dell’arrotondamento, della mancetta

Certo, realtà come Uber, Foodora e simili «hanno scombinato il mercato», facendo spazio per di più all’«improvvisazione più totale».
È la Gig Economy, bellezza. L’economia del lavoretto, dell’arrotondamento, della mancetta.
Si nota soprattutto sul web. La famosa battuta: «Il sito costa troppo, lo faccio fare a mio cugino», è diventata la norma.
PURE IL JOBS ACT HA COLPE. Il Jobs act renziano, nonostante gli annunci, non ha fatto altro che peggiorare la situazione.
Se non altro perché «ha dato più potere alle aziende», è il ragionamento.
In modo strisciante si è fatta avanti una delegittimazione del concetto stesso di lavoro.
E l’idea che si possa lavorare anche gratis, per fare curriculum, o per arrotondare. Come hanno sostenuto tra le righe i responsabili italiani di Foodora.
SI FATICA PER FARE ESPERIENZA. «A maggior ragione allora dovrebbero pagare il giusto», mette in chiaro Arduino, «altrimenti rischio di danneggiare chi quel lavoro lo fa non per guadagnare qualche euro in più, ma per vivere».
Insomma, guai a dire che si lavora per campare. Si fatica per fare esperienza e arricchire il carnet dei contatti.
«Il lavoro di conseguenza», ripete Arduino, «viene ridotto a una mancia, una paghetta».
LA TRAPPOLA DEL PATERNALISMO. Una visione paternalistica, per la quale trovare una occupazione è da considerarsi un regalo, poco importa se irregolare o sottopagata.
«Devi essere grato a chi te la offre», ricorda l’autore. «E se per caso non accetti il posto, ecco che ti insultano perché ‘con questa crisi non hai voglia di lavorare’».
Il carico poi lo mette anche una certa stampa che a cadenza periodica dà notizia di posti offerti che regolarmente restano vacanti per mancanza di candidati.
FREGATI E COLPEVOLIZZATI. Se poi accetti alle loro condizioni e per qualche motivo il rapporto si interrompe, la risposta è una: «Non ti impegni abbastanza, non hai sposato il marchio», dice lo scrittore.
«Non solo vieni fregato, ma pure colpevolizzato».
Anche i rapporti con colleghi e superiori sono falsati. «È tutto un fare squadra, organizzare pizzate soprattutto in ambienti a prevalenza maschile», ricorda Arduino. «E se non partecipi sei ‘uno che se la tira’».
Una volta entrato in questo meccanismo, quando il capo ti chiama al cellulare la domenica sera chiedendoti una sostituzione all’ultimo minuto, ecco che diventa difficile rifiutare.

Una guerra tra poveri che fa il gioco degli sfruttatori

Fattorini 2.0, voucheristi, traduttori e giornalisti freelance, partite Iva, braccianti in nero: non fa differenza.
Eppure la guerra tra poveri è aperta e senza esclusione di colpi.
CONTRO GLI INTELLETTUALI. «Intellettuale è una parola che fa paura», nota lo scrittore. E guai avere successo, magari scrivendo.
«Puzza di salottino buono», sorride amaro. «Basta vedere l’oindata di rancore che ha investito Elena Ferrante. Addirittura c’è chi ha creato pagine Facebook per chiederle di restituire i soldi guadagnati con i suoi libri».
SCONTRO GENERAZIONALE. Questo non è l’unico fronte aperto.
Esiste pure la guerra tra giovani e meno giovani, con i primi che accusano i secondi di aver prosciugato ogni risorsa e possibilità.
«Ogni disgregazione è sbagliata», ripete Arduino. «Segue lo schema divide et impera». Che funziona ancora, evidentemente.
«RANCORE CONTROPRODUCENTE». «La verità è che ci sarà sempre qualcuno più povero e qualcuno più ricco di te. Per questo il rancore e la rabbia non sono soltanto inutili, ma pure controproducenti».
Visto che fanno il gioco di chi sfrutta.
Twitter @franzic76

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