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I regali elettorali di Renzi ci dicono che per salvare l’Italia non #bastaunsì

Sulla via del referendum, dunque, arriva una proposta di legge di stabilità evidentemente elettoralistica. Spesa in deficit, bonus “dopo tanti anni di malus” come dice il capo sui giornali, soldi soprattutto per i pensionati (quelli che a votare più facilmente ci vanno). Il tutto, prima di essere contenuto in alcun documento ufficiale o bozza, è ampiamente circolato in forma di annuncio/slide. Da queste parti non siamo certo fan dell’austerity, e anzi abbiamo sempre pensato che una politica economica diversa, e un diverso rapporto con le regole di bilancio farebbe bene all’Europa. Siamo dalla parte di chi vuole e persegue una politica nazionale capace di incidere su scelte continentali che, nel lungo periodo, non sembrano garantire crescita a nessuno, neanche a chi cresce molto di più di noi (e ci vuole poco). Altrettanto, tuttavia, pensiamo che – Europa o no – l’Italia fanalino di coda debba occuparsi finalmente degli squilibri tra capitale/rendita da un lato e lavoro/impresa dall’altro. Crediamo che il paese avrebbe (avuto, e da tempo) bisogno di un po’ di ordine, di qualche scelta impopolare e con lo sguardo di lungo periodo, e di un’ottica premiante per chi lavora, rischia e investe. La direzione, tipica di ogni momento pre-elettorale, sembra invece purtroppo ancora quella opposta, e il “bonus” va dalle parti di chi più facilmente può essere capitalizzato in termini di voti. Una strategia che ha fatto già storcere la bocca e stropicciare gli occhi in Europa, dove una richiesta di nuova flessibilità è vista come fumo degli occhi più o meno sempre, e figurarsi se assume le solite forme della furbata all’italiana e senza le formalità che il contesto richiede. Del resto, sempre dalle nostre parti, non siamo mai stati teneri verso un fisco rapace, e una burocrazia invadente, costosa e nemica di chi prova a fare cose. Però il segnale lanciato con l’abolizione di Equitalia, facendo finta che siano con essa aboliti i debiti dei cittadini nei confronti dello stato, è quantomeno discutibile, in un paese che ancora una volta, proprio in questi giorni, conta in decine di miliardi l’assommare dell’evasione fiscale.

Anche questa dinamica di ricerca del consenso, legata tutte alle scelte di politica economica di un governo a suo tempo dal primo bonus a forma di 80 euro, difficilmente potrà aiutare nell’obiettivo di spersonalizzare che gli spin doctor di varia formazione gli avevano suggerito e che Renzi sembrava aver assunto come proprio fin dalla scomparsa dai radar attuata la scorsa estate. Una finanziaria elettoralistica infatti riporta destini e volontà del governo ad essere indissolubilmente legati all’appuntamento elettorale in vista del quale essa è predisposta. Il resto lo fa la martellante presenza di Renzi in prima persona nelle televisioni italiane, e una densissima agenda che lo porterà in giro per l’Italia, sempre mettendoci corpo, voce faccia, a promuovere il sì. Del resto, troppo avanti era andata la macchina della personalizzazione – «Se queste riforme saranno bocciate non lascerò Palazzo Chigi, lascerò proprio la politica» – per poter tornare davvero indietro.

E dire che, per come si presenta, la riforma su cui saremo chiamati a votare si prestava, dopotutto, a un approccio ben meno apocalittico. Non c’è il rischio della dittatura dietro l’angolo, per dirla a quelli del no. E non è vero che in Italia non si può fare nulla di buono con questi assetti, per dirla con quelli del sì, a cominciare dal loro capo che, giustamente, rivendica di aver fatto in due anni un sacco di cose. O le ha fatte, e allora si possono fare, o non le ha fatte, e quindi son tutte balle. Ma siccome le ha fatto – bene o male, questo è un altro discorso – allora vuol dire che si possono fare.

Delle riforme in questione sarebbe bello, e noi ci proveremo, discutere nel merito, non come di un’Apocalisse, ma di un riforma che cambia in meglio o in peggio gli assetti dello stato. Questo andrebbe ricordato sempre, e una volta di più, anche di fronte all’argomento che vuole l’Europa e il mondo intero – in particolare quelli della finanza e dei mercati – non aspettare altro che l’esito del referendum e addirittura – riferiscono alcuni report – equiparare il voto italiano di dicembre alla scelta epocale – quella sì – per il prossimo presidente degli Stati Uniti. Che davvero la nostra democrazia valga così poco da non potersi più confrontare serenamente sulle ragioni e i torti di una riforma è un pensiero inaccettabile, un ricatto cui non si può sottostare neanche un poco. L’argomento che la vittoria dei no, infine, spalancherebbe le porte al disordine e alla vittoria sicura di movimenti populisti è tanto fragile se solo si pensa che difficilmente al voto andranno più del 50% degli elettori, e ricondurre una grande e rinnovata forza del ciclo politico di Renzi o un suo crollo all’esito di un voto che appassiona davvero una sparuta minoranza di italiani pare davvero affrettato e superficiale.

Lo diciamo adesso, 48 giorni prima e lo ridiremo dopo: chiunque vinca, ai primi di dicembre, questo paese va ricostruito profondamente nei fondamenti che ci fanno stare insieme, nelle regole di rapporto tra chi lavora, produce e spende. Nelle regole di ingaggio di una classe dirigente. Tutti guai che non abbiamo affrontato finora, non sono guariti da soli, anzi, e una certa tendenza di breve respiro della nostra politica, ormai scollata radicalmente dalla rappresentanza degli interessi diffusi e dalla percezione di quelle che è o dovrebbe essere la sua base, ha anzi peggiorato il quadro. Vinca chi vinca, perda chi perda, si farà più chiaro il quadro (forse) di chi ha il pallino in mano nel palazzo. Nel paese, dove soffia un vento di rabbia e disillusione, anche di cattiveria e di un certo egoismo, per cambiare le cose e riportare l’Italia a guardare lontano, ci vuole ben altro che un monosillabo.

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