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Lobby continua

lobby-784848(Marco Ruffolo per Affari & Finanza – La Repubblica) – Sono passati quasi tre anni da quando l’ex consigliere parlamentare, Luigi Tivelli, molto ascoltato nelle stanze del Palazzo, si vide ritirare il badge che gli consentiva di entrare liberamente a Montecitorio e a Palazzo Madama e circolare tra le commissioni. Si era vantato al telefono con uno sconosciuto interlocutore di essere riuscito a far cambiare un emendamento salvando le pensioni d’oro da uno dei numerosi e vani tentativi di contribuzione.

«Ho dovuto scatenare mari e monti, è stata una battaglia durissima, quel che è successo lo potrei scrivere in un manuale come caso eccellente di azione lobbistica”. Purtroppo per lui, la telefonata fu registrata dai deputati di M5S che chiesero e ottennero la sua espulsione. Al di là dell’ episodio, che trasformò l’ ex consigliere in un capro espiatorio messo fino troppo brutalmente alla gogna, è proprio quel tipo di pressing lobbistico che preoccupa di più oggi. Un pressing sotterraneo, esercitato per conto di soggetti che a loro volta restano nell’ ombra.

Il sospetto è che questa voglia di tenere nascosto ogni contatto con chi deve prendere le decisioni (parlamentari, ministri, dirigenti) sia più diffuso di quanto si pensi. Altrimenti non si spiega perché dal dopoguerra ad oggi sono state inutilmente presentate cinquanta proposte di legge per regolamentare il fenomeno-lobby. Poche discusse, nessuna approvata. E il problema si ripropone ogni volta che in Parlamento arriva un progetto che cerca di scardinare interessi consolidati.

Come quelli che la nuova lenzuolata di liberalizzazioni proposta dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sta sfidando da un anno e mezzo. Anche in questo caso i lobbisti sono entrati in gioco e qualcosa per ora hanno strappato: la legge avrebbe dovuto disciplinare la concorrenza di Uber e di Ncc ai tassisti, tutto è slittato di 12 mesi, ci penserà un decreto del governo. I notai, dal canto loro, continueranno ad essere necessari anche per la costituzione di srl semplificate. Il tentativo di esclusione è naufragato.

Difficile individuare chi esercita questo tipo di pressing parlamentari. Nulla è regolamentato nell’ universo lobbistico. Eppure qualcosa adesso si muove. Dal 6 settembre scorso, i lobbisti che vogliono varcare la soglia del ministero dello Sviluppo economico per parlare con il ministro, devono iscriversi a un registro e firmare un codice di condotta. Ma in Italia non è solo il Mise a muoversi.

Anche la Camera ha creato il suo registro che impone ai rappresentanti di interessi di rendere conto dei loro contatti. E il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, pubblica dal 2015 sul sito del ministero tutti gli incontri avuti con imprese e associazioni.

Certo, se ognuno si fa il proprio registro, sarà il caos. Ecco perché serve una legge nazionale con un unico grande elenco. Tutti la vogliono a parole, ma a impedirla è una sorta di resistenza passiva da parte non solo dei lobbisti nascosti ma anche e soprattutto degli stessi parlamentari. Quanto sia forte questa resistenza, ci aiuta a capirlo una nuova ricerca dell’ Università romana Unitelma Sapienza, curata da Luigi Petrillo.

Il risultato è che solo il 23% dell’ attività di lobbying si svolge alla luce del sole. Il 77% è esercitato da soggetti “di cui è impossibile – dice la ricerca – ricostruire l’ indentità dei lobbisti che l’ anno generata se non per macrocategorie”. Anzi questi signori – società di comunicazione nel 60% dei casi), grandi studi legali (30) e liberi professionisti (10) – “non gradiscono affatto parlare di rappresentanza di interessi”.

Fabio Bistoncini, fondatore della FB & Associati, una delle più grandi società di consulenza italiane, inorridisce davanti a una stima così negativa: “E’ una colossale fesseria, la mia struttura incontra sempre gli interlocutori nelle sedi istituzionali. Questo non vuol dire che non si debba avere finalmente un registro unico al quale dovrebbero iscriversi tutti coloro che rappresentano qualche interesse, nessuno escluso, quindi anche Confindustria e sindacati. Sa perché non se ne fa nulla? Perché chi deve decidere non vuole la trasparenza del processo decisionale”.

Ma se è così, evidentemente quella zona d’ombra esiste ed è piuttosto ampia. Come è ampio è il numero delle norme sulla trasparenza che vengono puntualmente disapplicate: 230 su 238. Insomma, un quadro di completa anarchia, che conferma le conclusioni dell’ ultimo rapporto di Transparency International (una Ong che si propone di combattere la corruzione): in Italia prevale un sistema di “lobbying ad personam”, dove i contatti più frequenti non si hanno in Parlamento ma tra i tavoli dei ristoranti romani o nella sala lounge del Fidelity Club Alitalia di Linate.

“Lo so – spiega Riccardo Nencini – il fenomeno lobbista in Italia non solo è in aumento ma si è anche parcellizzato nelle richieste che ci arrivano. E le ragioni sono due: i partiti non fanno più da filtro e le associazioni di categoria sono entrate in crisi.

Ora si presentano interlocutori che spesso rappresentano solo se stessi”. Ma cosa dicono le associazioni di categoria? “Non sapremmo rispondere sull’ attendibilità del sondaggio Unitelma – è la risposta di Confindustria – certo, possono esserci zone d’ ombra, ma questo non ci riguarda, noi siamo sempre stati trasparenti al 100%.

Ben venga una legge nazionale ma sia chiaro: le nuove regole vanno tarate sulla specificità dei soggetti che rappresentano interessi: un conto sono le associazioni come la nostra, un conto sono le società che fanno lobbying come lavoro”. “Una lobby che sia solo espressione di interessi corporativi – spiega l’ Ania (l’ associazione delle imprese assicuratrici) – alla lunga non porterà a nessun risultato. Deve invece saper coniugare gli interessi di categoria con quelli generali. Ecco perché è fondamentale la regolamentazione, anche per restituire alla corretta attività di lobby quella dignità che le è stata ingiustamente sottratta”.

“La regolamentazione – dicono all’ Abi, l’ associazione bancaria – deve allinearsi alle esperienze consolidate di altri Paesi europei. Noi abbiamo aderito a tutte le richieste di trasparenza delle autorità europee e italiane”. Allinearsi con l’ Europa, tuttavia, non sarà facile. La ricerca universitaria ci mette in compagnia con Perù, Argentina, Messico, Cile e Polonia nella graduatoria delle nazioni che disapplicano di più le norme sulla trasparenza. Trasparenza che manca soprattutto quando sono in discussione leggi- omnibus come Finanziarie e Milleproroghe.

In quei frenetici frangenti, quasi sempre notturni, spuntano improvvisamente decine di commi all’ interno di un emendamento. Come nel caso, citato da Transparency International, del blitz che alla vigilia del capodanno 2008 favorì i tassisti limitando il servizio concorrente di noleggio con conducente. La cui lobby insorse e riuscì a sua volta a fare annullare la nuova norma ap- pena due mesi dopo. O come nel caso del decreto “Salva Roma” in cui venne introdotto nel 2013 un emendamento che riduceva i fondi agli enti locali che avessero limitato il gioco d’ azzardo, norma poi ritirata tra l’ indignazione generale, con buona pace della relativa lobby.

“Il problema – ci dice Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato non è tanto quello dei lobbisti quanto dei ministri e dei parlamentari che non hanno l’ autonomia culturale, politica ed economica necessaria per ragionare con la propria testa. E’ esattamente quello che succede anche nel rapporto tra i giornalisti e le loro fonti: chi strumentalizza chi?”.

“Quando ci sono passaggi delicati – aggiunge Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera – non voglio la presenza di soggetti dietro la porta della commissione. Quando il contatto c’ è, avviene in chiaro. Vede, non dobbiamo demonizzare i lobbisti, anche perché in molti casi i loro contributi sono utili soprattutto sul piano tecnico. L’ importante è poi decidere con la nostra testa e rendere esplicita la motivazione della scelta”.

Ecco un obiettivo che il solo registro dei lobbisti non è in grado di garantire: dare trasparenza al processo decisionale. “La Camera – dice Riccardo Nencini – obbliga il lobbista a presentare un resoconto degli incontri avuti, io faccio il contrario, sono io a segnalare l’ esito del contatto con i lobbisti”.

E poi c’ è il problema delle “revolving doors”, le porte girevoli che vedono funzionari pubblici alla fine loro incarico arruolati subito in società private, che possono così accedere a informazioni riservate. E’ un problema riconosciuto dalle stesse società di lobbying: “Ci vorrebbe una pausa di almeno due anni tra un incarico e l’ altro” – commenta Fabio Bistoncini – questi sono i veri problemi, non le leggende sui bivacchi di noi lobbisti nei corridoi di Montecitorio.

Non è così che operiamo, ci organizziamo molto meglio”. Già, come si organizzano i lobbisti? Prima individuano i soggetti coinvolti in un processo decisionale, poi studiano la pratica, dopo di che scatta l’ aggancio e insieme al loro interlocutore decidono la forma in cui presentare le proposte. Difficile capire quanti sono. L’unico dato è quello del registro Ue: su 6 mila iscritti, quelli italiani sono circa 600.

L’ ultima domanda, forse quella più importante, riguarda l’ esito delle attività di lobbying. Una cosa la ricerca di Unitelma ce la dice: la possibilità di influenzare un provvedimento aumenta se il pressing lobbistico viene esercitato fin dalla fase preliminare. Viene addirittura tracciata la “curva di influenza legislativa” sulla base di una sessantina di casi 2014-2016 nei settori dei trasporti, dei farmaci e delle banche. Forse i settori più ambiti dal lobbismo, sia italiano che europeo. Ma certamente non i soli se pensiamo che tra gli iscritti nel registro di Bruxelles campeggia anche il nome della federazione internazionale dell’ industria pornografica.

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