Cronaca/Interno/Politica

Referendum, la melina di Grillo e Berlusconi

grillo(di Carlo Fusi – ildubbio.news) – Una delle chiavi di lettura meno appariscenti ma più concrete per comprendere qual è la posta politica in palio sul referendum costituzionale, è fare l’appello di chi c’è e di chi invece latita. A questa seconda categoria appartiene Silvio Berlusconi, che tiene il piede in tutte le scarpe perché, indipendentemente dalla vittoria del Sì o del No, la giudica la strategia migliore per stare nel florilegio delle combinazioni possibili del dopo 4 dicembre. Ancor più latita Beppe Grillo. Il capo del M5S lascia che le forze politiche tradizionali si azzuffino tra di loro e si lacerino al loro interno: il suo obiettivo, infatti, è lucrare la rendita di posizione di essere sempre e comunque “contro” che non solo gli consente di stare in sintonia con la pancia del Paese ma fa sì che possa attaccare tutto e tutti senza pagare il dazio della responsabilità.

Dunque è giocoforza che il campo sia occupato solo dal Pd e che lo scontro avvenga tra le due anime del partito ma meglio sarebbe dire della sinistra: i renziani e gli anti. Paradossalmente, ma solo per chi trascura la storia dei personaggi coinvolti, la guida dello schieramento “anti” è stata presa da chi della sinistra dem ufficialmente non fa parte: Massimo D’Alema.
Banalmente, dunque, una battaglia tra rottamatori e rottamati, o rottamandi. Meno balnalmente, il giro finale di roulette che deve stabilire quale delle élites – o se si preferisce oligarchie, termine così caro ad Eugenio Scalfari – possa afferrare il potere per i prossimi anni. E soprattutto di arginare l’avanzata dei grillini che se arrivano a palazzo Chigi “cambiano verso” alla nomenclatura. I fatti di Roma dimostrano che non è proprio così, che vecchio e nuovo hanno lacci e lacciuoli tanto intrecciati quanto dissimulati. Ma tant’è: questa è la rappresentazione più gettonata.
E allora? Vediamo. Una delle componenti prioritarie della narrazione renziana è stata proprio la polizza anti-Grillo: l’essere cioè Renzi e la sua leadership, il giusto e unico argine contro lo tsunami pentastellato; il baluardo in grado di garantire i confini e l’agibilità della cittadella politico-istituzionale e dei suoi abitanti. Nei gangli, veri o presunti, nei quali passa il potere, il presidente del Consiglio ha piazzato la sua bandiera con su stampato un messaggio esplicito: se qui ci sono io, gli altri restano fuori. Per convincere gli italiani, Renzi ha usato le tecniche della comunicazione e le leve di governo, per nulla disdegnando toni e argomenti vicini a quelli del grillismo più radicale.
Per un’intera stagione, ha avuto successo. Poi però le cose sono cambiate: per responsabilità variegate, alcune riconducibili anche alle scelte del premier. Quella polizza è arrivata a scadenza e con essa sono venute giù anche le garanzie che la sottintendevano. I milioni di voti persi nelle amministrative, l’affievolirsi della sintonia con parti crescenti dei cittadini e infine l’aver, da parte dei pentastellati, espugnato Roma, Torino e altre importanti città, ha contribuito a produrre crepe nella rassicurazione renziana di tenere sotto controllo le paure, le insicurezze, le ansie di milioni di italiani. Che non a caso hanno girato la testa verso i grillini. L’Italicum è la ciliegina. Un sistema elettorale pensato per dare corpo ad alcune delle richieste storiche della sinistra, tipo il doppio turno, si sono trasformate – sempre nell’immaginario delle élites più influenti – nella smoking gun con la quale Grillo può colpire al cuore il sistema.
Ma se la narrazione renziana, su questo come su altri aspetti, perde pezzi chi e cosa la può sostituire? Il nodo vero sta qui. Poiché l’alternativa a Renzi non c’è: latita, appunto. E poiché tuttavia in politica non esistono vuoti, ecco che gli interstizi improvvisamente allargatisi vengono occupati da chi lo sa fare. La campagna di D’Alema ha questo requisito. Mette insieme pezzi di establishment già rottamati e altri che si sentono in pericolo con l’avanzata grillina offrendo loro lo scudo di una capacità di manovra politica, di una forza aggregativa che allo stato nessun altro è capace di mettere in campo. Il fatto che all’appuntamento organizzato con Quagliariello ci fossero così tante facce della Prima repubblica assieme a tanti costretti ai margini del gioco politico dalla bulimia renziana, ne è la riprova. Anche questa è un’élite, per molti versi (e qualche vistosa eccezione) più d’antan di quella renziana, ma non meno agguerrita. E magari capace di vellicare con più compiutezza l’istinto di conservazione di ceti sociali affezionati a valori ben piantati nella storia del Paese. Anpi e Cgil sono due esempi. Ma ancor di più valgono i tanti interessi, legittimi, che della leadership renziana non si fidano più.
È ovvio che solo una delle due élites resterà in piedi. Come è altrettanto ovvio – ma assai più preoccupante – che a questa guerra non sempre decifrabile, la gran parte degli elettori resti estranea. Perché non gli piace. Perché non la capisce. Perché pensa che chiunque vinca alla fine sarà lo stesso. L’astensionismo imperante trae in questo humus l’alimento più ghiotto.

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