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Domenico De Masi: “La povertà nell’Italia cattolica”

Mancano le politiche attive. Aumentano le disparità

caritas(Domenico De Masi – inpiu.net) – La povertà nell’Italia cattolica Nel bel mezzo del grande dibattito referendario tra sì e no, la Caritas, che ha 1.649 centri distribuiti su 173 diocesi, pubblica oggi il suo rapporto sulla povertà assoluta in Italia. Mai come in questa materia, la situazione, è chiarissima. Dal 2007, inizio della crisi, a oggi, i cittadini italiani in condizione di “povertà assoluta” sono passati da 1,8 a 4,6 milioni, di cui un milione composto da minori. In termini percentuali, dunque, sono saliti dal 3,1 al 7,6% della popolazione. Gli stranieri assistiti (57%) sono più degli italiani; ma nel Sud, per la prima volta, i meridionali assistiti (67%) sono più degli stranieri. Tra tutti i poveri, il 61% del totale è composto da disoccupati e inoccupati, il che significa che ben il 39% è composto da working poor, cioè da persone che versano in stato di massima indigenza pure svolgendo un qualche lavoro. Mentre in passato la maggioranza di poveri era composta da anziani, oggi la povertà assoluta risulta inversamente proporzionale all’età, cioè diminuisce all’aumentare di quest’ultima. Ciò dipende dal fatto che, oltre agli adulti rimasti senza impiego, la crisi del lavoro penalizza soprattutto i giovani e i giovanissimi in cerca di occupazione. La disoccupazione proletarizza la classe media e spinge anche persone insospettabili nella trappola della povertà. Subito dopo la perdita del lavoro, esse finiscono per perdere anche la casa e ciò, a sua volta, le getta nell’isolamento sociale e nella depressione.

Poiché non siamo di fronte a una crisi violenta e breve come accadeva in passato, ma di fronte a una decrescita di lunga durata, quasi strutturale, ormai la povertà si riflette anche sulla prossima generazione perché, come dice Wright Mills, “Non solo i figli dei ricchi ereditano la ricchezza con tutti i suoi vantaggi, ma i figli dei poveri ereditano la povertà con tutti i suoi svantaggi”. Perciò dalla povertà economica discende la povertà educativa e, nel 30% dei casi, i figli dei nuovi poveri finiscono per abbandonare la scuola.

Di fronte a questa situazione come sta reagendo lo Stato? Il paragone con la Germania è per noi mortificante perché, di fronte alle politiche attive molto efficienti dei tedeschi, le nostre sono praticamente ferme. L’Agenzia per il Lavoro non è ancora partita a causa dei ritardi dei decreti attuativi mentre la legge delega REI (Reddito di inclusione) è ferma al senato e, dati i chiari di luna, ci resterà ancora a lungo. Per i 50.000 homeless, senza fissa dimora, sono stati stanziati 50 milioni in tre anni, il che significa che, quando la legge verrà attuata, ciascun barbone riceverà 28 euro al mese. In un paese dove, secondo il dossier Caritas/Migrantes il 92% è cristiano e secondo il Censis, il 64% è cattolico e il 36% è praticante, ci si aspetterebbe un maggiore impegno caritatevole nei confronti dei poveri. Invece il massimo sforzo non è posto nella riduzione della povertà ma nella riduzione delle tasse, la quale fatalmente si traduce in meno fondi per il welfare. Puntare sulla crescita, quando la crescita non arriva, significa allargare le disuguaglianze tra ricchi e poveri.

Nel 2007, all’inizio della crisi, le dieci famiglie italiane più ricche avevano una ricchezza complessiva pari a quella di 3,5 milioni di italiani poveri. Oggi, a nove anni dall’inizio della crisi, le stesse dieci famiglie hanno una ricchezza pari a quella di 6 milioni di poveri. Quando cadde il muro di Berlino Vaclav Havel disse che il comunismo aveva perso ma il capitalismo non aveva vinto perché il comunismo sa distribuire la ricchezza ma non la sa produrre mentre il capitalismo sa produrre la ricchezza ma non la sa distribuire. I dati della Caritas gli danno ragione. E una così smaccata accumulazione della ricchezza in poche mani – possiamo aggiungere – è la causa peggiore della crisi, destinata perciò a perpetuarsi, aggravando la povertà.

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