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Micaela Campana, la super renzina cazziata dai giudici

campana-pd_h_partb(Franco Bechis per Libero Quotidiano) – La procura della Repubblica di Roma ha già avviato la procedura per avere i verbali integrali della deposizione- lunedì 17 ottobre- come teste al processo Mafia Capitale di Micaela Campana, deputato Pd e dal 16 settembre 2014 chiamata da Matteo Renzi alla segreteria del Pd con la responsabilità su welfare e terzo settore.

I pm hanno intenzione di iscrivere la deputata nel registro degli indagati per il reato di falsa testimonianza. Un’ ipotesi di reato che emerge dall’ ora e 51 minuti di deposizione sui rapporti con Salvatore Buzzi.

La Campana quasi mai ha risposto alle domande che le venivano fatte dalla difesa di Buzzi o dal pm Luca Tescaroli, svicolando e trincerandosi dietro una miriade di «non ricordo» quando non erano possibili altre vie di fuga. Un comportamento che ha irritato il presidente del tribunale, Rosaria Iannello.

La Campana è scivolata con grande evidenza sia su la vicenda di un trasloco familiare chiesto per il cognato, sia sul racconto dei finanziamenti ricevuti da Buzzi per il suo ex marito, Daniele Ozzimo, assessore alla Casa nella giunta di Ignazio Marino. La deputata Pd ha dovuto rispondere alle contestazioni che venivano da sms e intercettazioni contenute nei faldoni giudiziari. Ecco i passaggi chiave.

IL CASO BUBBICO

Primo problema: la Campana dalla documentazione agli atti ha organizzato su richiesta di Buzzi un incontro con il viceministro dell’ Interno Filippo Bubbico.

Il giudice le chiede quale era il motivo dell’ incontro, e la Campana prima dice di non ricordare, e che facendo il parlamentare ha molte cose a cui pensare.

Il presidente della Corte si irrita: «I parlamentari hanno molte cose da fare, ma generalmente uno cerca di fare cose utili. Se lei si fosse attivata su una cosa inutile, non avrebbe portato giovamento a nessuno. Scusi, ma se le chiedono un appuntamento con Bubbico, lei non ha nemmeno la curiosità di sapere per quale motivo? No?».

No, e il giudice non le crede.

IL TRASLOCO DEL COGNATO

Altro episodio contestato riguarda una serie di sms e intercettazioni Campana-Buzzi su un trasloco che sembrava stare a cuore alla deputata Pd e che si chiedeva alla coop 29 giugno di effettuare.

Lei nega. Poi torna indietro: «Forse sì…». Il giudice la ferma: «Scusi, non può rispondere forse. O sì o no…». La Campana non ricorda, però aggiunge: «Comunque mi sembra che fra le cose che faceva la cooperativa c’ erano anche i traslochi…».

Il giudice la ferma: «Non le hanno chiesto se la cooperativa faceva o meno traslochi. Ma se quel trasloco l’ ha fatto nel suo interesse. La domanda è ben diversa, e lei l’ ha capita benissimo…».

Di fronte all’ ennesimo vuoto di memoria il giudice Iannello avverte: «Lo sa che la deposizione di un teste viene poi valutata dal tribunale che giudica se è veritiera oppure no, e adotta i provvedimenti conseguenti…».

Il pm rinfresca la memoria alla Campana, ricordandole – perché emerge dagli atti- che fu lei a chiedere a Buzzi la cortesia di un trasloco che serviva al cognato, Nicolò Corrado. La deputata Pd si barrica dietro una sfilza di «non so», «non ricordo».

BACIO, GRANDE CAPO

Non potevano mancare domande sul famoso sms che la Campana mandò a Buzzi concludendo con «Bacio, grande capo».

Lei sostiene che era espressione di rispetto: Buzzi era più anziano di lei ed era a capo di una grande coop. Il giudice commenta: «Una volta per rispetto ci si limitava a dare del lei…».

La situazione si complica: un difensore legge il testo integrale di quel messaggio. Buzzi chiedeva alla Campana di presentare una interrogazione parlamentare. Lei risponde che purtroppo l’ interrogazione le era stata bloccata dagli uffici.

Il giudice Iannello chiede se era una bugia per sbarazzarsi delle insistenze di Buzzi.

La Campana non la vuole chiamare bugia, e il giudice si irrita: «No, lei lì non stava dicendo la verità…». La deputata ammette: «Non era la verità…».

La Iannello incalza: «Quindi lei è un soggetto che ove ci sia una necessità non dice la verità… Ha deciso di mentire…». La Campana: «Era una modalità…». Il giudice: «No, non era una modalità. Era una menzogna…».

LA LETTERA PER RENZI

Altri passaggi difficili hanno riguardato le domande sui finanziamenti che la Campana avrebbe chiesto a Buzzi e alle sue coop.

Erano per la sua attività politica? Lei pensa alla prima candidatura e dice: «Non ricordo se allora me ne aveva dati». Il giudice la interrompe: «Come fa a non ricordare una cosa del genere?».

Le chiedono se aveva chiesto a Buzzi soldi per l’ ex marito. La Campana annuisce, (tutto è agli atti del processo): 20 mila euro nel 2013. All’ epoca però i due coniugi erano già separati.

Il giudice chiede come mai una moglie appena separata cerca soldi per il marito politico. La Campana risponde che sentimentalmente erano separati, ma politicamente uniti, ma non sembra convincere il tribunale.

Davanti a una sfilza di domande ammette pure di avere chiesto a Buzzi soldi per il partito: una volta nell’ estate 2014 per la Festa dell’ Unità, e poco dopo per la famosa cena di autofinanziamento di Matteo Renzi (novembre 2014).

Salta fuori però un sms di Buzzi a lei che la avverte di avere fatto il bonifico e di avere scritto una lettera al premier che proprio lei avrebbe dovuto consegnare quella sera. Inutile dirlo, la Campana non ricorda, e nega pure di avere mai saputo della lettera per Renzi. Per la corte finisce lì. Per la Campana no: è da lì che iniziano i guai…

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