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Così il governo Renzi ha abbandonato Benevento

A Benevento e nel Sannio l’emergenza alluvione non è mai finita. Un imprenditore: “Non solo non abbiamo visto un euro, ma non siamo nemmeno sicuri”

Il ricordo di quell’incessante e violento mare di fango è ancora vivido negli occhi di chi ha perso una casa, un’azienda, un’auto, ma anche nella mente di chi è stato più fortunato ma ha vissuto da protagonista quelle terribili ore. Proprio un anno fa i residenti erano stati svegliati da una prima paurosa inondazione, seguita da una seconda ancora più ingente alcuni giorni dopo, che mise definitivamente in ginocchio un intero territorio. Uno striscione rosso con scritto «L’alluvione ha devastato, Benevento non ha mollato» testimonia la reazione di orgoglio del popolo beneventano e preannuncia la giornata di iniziative organizzate in città per tutta la giornata, che si concluderà in serata con una fiaccolata che attraverserà alcuni dei quartieri più colpiti del capoluogo.

Uno dei primi incontri è quello organizzato dalla locale Caritas, che in quei giorni ha avuto un ruolo fondamentale per fornire la prima assistenza alle famiglie. Per la durata dell’emergenza la mensa passò da 100 pasti quotidiani a 3000 pasti, destinati ogni giorno ad anziani, famiglie ed imprenditori alluvionati. Don Nicola De Blasio, direttore dell’associazione diocesana, mette subito sul piatto la situazione del post-alluvione: «A distanza di un anno per i cittadini nulla si è mosso. Pensi che ci sono ancora cinque famiglie alloggiate in case da noi affittate per la durata di un anno, ma il 30 ottobre scadranno i contratti e dovranno andarsene. Nessuno pensava che l’emergenza si sarebbe protratta per oltre un anno».

Proprio così, a Benevento e nel Sannio l’emergenza alluvione non è mai finita, e se lungo le strade del centro non rimane alcun segno della calamità, basta ripercorrere la folle corsa dei fiumi Sabato e Calore per scrutare gli effetti del loro passaggio. Sui ponti della città ancora reggono le grate di protezione ormai piegate dalla massa d’acqua riversatasi ad altezza strada, mentre dirigendosi verso le periferie resti e ruderi diventano inevitabilmente visibili. In località Pantano (di nome e di fatto), zona paludosa costituita prevalentemente da campagne, quintali di assi e ferraglia che una volta erano serre giacciono ammassati tra alberi e poche case. La zona industriale, invece, è una delle più colpite dall’alluvione. Lo scenario è subito inquietante: guardrail smontati e cumuli di rifiuti fanno da sfondo a decine di enormi stabilimenti sventrati e abbandonati, tutto condito con un silenzio apocalittico. Soltanto in questa zona, l’alluvione ha fatto chiudere almeno cinque fabbriche. In questo cimitero industriale, però, c’è anche chi prova a restituire vita ad una fabbrica, e forse anche a sé stesso. Lo ha fatto Antonio Minicozzi, insieme al fratello titolare di un’azienda di produzione e stoccaggio di semi che lavora per circa 5000 altre società ed ha un indotto enorme. Le due inondazioni avevano distrutto uffici, macchinari, stabilimento, merce pronta per partire; praticamente tutto ciò che serve per mandare avanti un’azienda.

Il danno stimato per «Agrisemi Minicozzi» è stato di 12 milioni di euro. «Per noi è stato un trauma – dice Minicozzi con gli occhi lucidi – e ricordare la nostra fabbrica sommersa da un mare di fango mi mette ancora i brividi. Abbiamo deciso di ripartire da zero e per farlo abbiamo aperto dei mutui. Oggi siamo praticamente costretti a lavorare per pagare le banche, ma un po’ alla volta speriamo di riprendere a regime (oggi la produzione è al 50% ndr)». Durante l’intervista arriva il sindaco di Benevento Clemente Mastella, seguito da una schiera di fotografi che monitorano il suo tour mattutino presso alcune delle aziende più colpite dall’alluvione. La visita, però, dura davvero il tempo di una foto.

 

«Finora – riprende Minicozzi – non solo non abbiamo visto un euro, ma non siamo nemmeno sicuri. Qui domani potrebbe capitare la stessa cosa e non sono state effettuate le misure per mettere a norma l’area comunale. Se nessuno ci darà risposte, siamo pronti ad agire per vie legali. Possibile che dopo 12 mesi lo Stato non abbia ancora fatto una stima?». Noi, invece, incontriamo il primo cittadino nel suo ufficio a Palazzo Mosti in una giornata particolarmente caotica. «Ad oggi – riferisce Mastella – i fondi stanziati per l’alluvione ammontano a 39 milioni di euro. Questi finanziamenti sono però stati utilizzati per la riqualificazione di opere ed edifici pubblici danneggiati e nulla è andato a privati o ad aziende. In quest’anno la nostra provincia si è fermata economicamente e, rispetto allo scorso anno, non cresciamo più. Quest’alluvione è stata più depressiva del terremoto nel 1980». Ma non c’è solo Benevento. Secondo il Dipartimento della Protezione civile, i comuni campani interessati dalla calamità sono stati 77, quasi tutti della provincia. Sono stati accertati danni per un totale di 1.234 milioni di euro, di cui 74 milioni al patrimonio edilizio privato, 281 milioni alle attività produttive non agricole e 121 milioni a quelle agricole. E, come sottolineato da Mastella, mentre lo scorso anno il PIL della provincia era pari al 4,5 per cento di quello regionale, dopo la calamità di ottobre è sceso al di sotto di quello della Grecia. In città, in effetti, sembrano essere tutti d’accordo nel ritenere che l’alluvione nel Sannio sia stata sottovalutata da media e istituzioni, trattata come una tragedia di serie B.

Come se, a differenza di un terremoto che muove e fa sobbalzare, un’alluvione (che trascina e fa scivolare) sia qualcosa di più «dolce». Analisi del genere, davanti al bar o nelle redazioni dei giornali, qui devono averne fatte tante durante tutto quest’ultimo anno. La pensa così anche Alfredo Pietronigro, direttore della Gazzetta di Benevento: «Sicuramente i fenomeni accaduti qui sono stati trattati con maggiore sufficienza e nel territorio se ne sono accorti tutti. Purtroppo dopo i primi pochi giorni di attenzione mediatica, la nostra storia è caduta nel dimenticatoio. In questo senso il ruolo della stampa locale, a tutti i livelli, è stato fondamentale, prima per fare da collante con i media nazionali e poi, soprattutto, per mantenere alta l’attenzione sugli effetti dell’allagamento». C’è un pezzo d’Italia che arranca ma resiste, che soffre ma reagisce nel silenzio, lontano dai riflettori e dai grandi stanzoni dei talk-show televisivi. Centinaia di famiglie ed imprenditori aspettano di riavere quello che gli è stato tolto in poche ore, un intero territorio ha bisogno della spinta necessaria per far diventare certezza fattiva la propria volontà di ripartire. Forse però per qualcuno un’alluvione, perlopiù accaduta nel meridione, non è abbastanza «pop» da essere messa al centro del palcoscenico.

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