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Giovanni Alvaro: “Le ardite costruzioni sulla cupola ‘ndranghitistica”

Carabinieri in Campidoglio nell'ambito dell'inchiesta Roma CapitaleNo, non è possibile che si sia firmato un protocollo per il reinserimento dei detenuti tra il Ministro Andrea Orlando e il Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. Certamente non hanno sentito in TV né hanno letto sui giornali quanto dichiarato del Procuratore di Reggio Calabria, Cafiero de Raho, in riferimento alla più recente inchiesta chiamata ‘Mammasantissima’, e che recita testualmente: “…non è possibile che dopo essere stato in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa l’avv. Paolo Romeo sia ancora il baricentro di tutte le iniziative economiche di Reggio e dintorni. Chi è marchiato con una sentenza definitiva deve essere eliminato dal consesso civile’.

All’illustre Procuratore non basta che uno venga condannato (e su quella condanna, magari, ci siano molte riserve) e che sconti fino all’ultimo giorno la pena inflittagli. No, non può andare così, perché quello che lui considera uno dei nemici pubblici di Reggio Calabria deve essere cancellato dal consesso civile, buttando la chiave per fargli scontare l’ergastolo che in Italia non è contemplato. Conoscendo, però, la preparazione del Procuratore sorge spontaneo il dubbio che Lui abbia voluto, di proposito, usare toni forti e sopra le righe per poter sorreggere una inchiesta che ha molti punti deboli. E siccome è sempre l’attacco iniziale che permette il decollo, almeno mediatico, anche di una inchiesta giudiziaria, la cosa si spiega compiutamente.

Già all’inizio delle 2056 pagine che accompagnano le misure cautelari che hanno portato in carcere anche il senatore Totò Caridi di Forza Italia, c’è un passaggio rivelatore laddove si dice che “Ma fondamentali dati indiziari nel presente procedimento sono rappresentati dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia”, che sostanzialmente significa che per arrivare a dati ‘indiziari’ (si badi bene, indiziari non prove) c’è stata necessità del sostegno dei pentiti, perché di sicuro non erano bastate neanche le intercettazioni telefoniche. E dei pentiti si sa che dicono poche verità e moltissime bugie, o a proprio tornaconto o perché pensano che sia ciò che i Pm vogliono da loro.

E se non è saltato fuori neanche l’ombra di un reato ci si rifugia nel dire che “a scandire i dati caratterizzanti l’associazione di tipo mafioso sono i tre concetti di intimidazione, assoggettamento ed omertà, strettamente correlati tra loro.” e “in questo senso, il sodalizio mafioso deve essere dotato di una capacità di intimidazione autonoma, non correlata all’esercizio di specifici atti di violenza o di minaccia”. In pratica si può diventare capi di una cupola d’invisibili, senza aver commesso reati o violenze da poter essere loro addebitati.

Si mischiano decine di procedimenti, magari passati in giudicato, e si ripassa la storia di ‘ndranghitisti (questi sì reali e non immaginari), facendo una maionese incredibile che serve però a tirar fuori un concetto da una sentenza, una frase da un’altra, e ancora un accenno da un’altra ancora, dando vita all’idea dell’organizzazione piramidale della ‘ndrangheta calabrese come quella siciliana, affermando che anche in Calabria c’è una direzione unitaria che il certosino lavoro degli inquirenti è riuscita a disvelare.

Che poi in Calabria non ci siano stati, né ci sono ora, i Riina, i Provenzano e i Messina Denaro (che al vertice di Cosa Nostra si sono affermati col ferro e col fuoco) è un fatto trascurabile perché forse, in terra calabra, le menti sono più raffinate, sembrano dire gli investigatori, e i capi invisibili (non si comprende per quali meriti) vengono lasciati a pavoneggiarsi nel loro ruolo senza fargli sporcare le mani perché il lavoro sporco lo fanno direttamente le varie cosche che anche nelle intercettazioni, però, tengono a sottolineare la loro autonomia. Le riunioni annuali (che si tengono a Polsi in occasione delle celebrazioni in onore della Madonna della Montagna) servono a risolvere eventuali attriti, e ribadire la sovranità di ogni cosca sul proprio territorio.

Ma chi imbocca un simile percorso si compenetra a tal punto nella sua costruzione che per ottenere un risultato usa il 416 bis che permette la detenzione in carcere degli indagati e spera così di piegarli. Per alcuni, fa ricorso al Taterschuld, quel concetto dominante nella Germania nazista degli anni 30 usato allora a piene mani per ‘liquidare’ zingari, omosessuali, ebrei, comunisti o semplici avversari politici. Si tratta della ‘colpa d’autore’ usata, in assenza di altri mezzi, su quanti si è convinti essere mafiosi, anche se invisibili, e che, come tali, bisogna vengano trattati, come furono trattati gli ebrei che si era sicuri essere criminali a prescindere.    

Anche questa però è deriva autoritaria che Renzi ha fatto andare avanti, senza por mano ad una reale riforma della giustizia, sperando di ottenere l’appoggio delle toghe al referendum, e rinviando la partita con esse a dopo la conquista del potere, e con una Costituzione mutilata ma capace d’elevarlo al ruolo di “uomo solo al comando”. Anche la riforma della giustizia, però, è salutare e giusto farla in democrazia, quella che difenderemo, senza perplessità, tracciando una bella croce sul NO comunque presentato nella scheda elettorale.

Giovanni ALVARO

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