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Renzi, il fiscal compact e la grande balla dell’austerità all’italiana

Il premier continua la sua battaglia contro le regole europee. I numeri però lo smentiscono: continuiamo a spendere come e più di prima, ma non cresciamo. L’unica via possibile? Giù spesa e tasse, su gli investimenti. Esattamente il contrario di quel che abbiamo fatto sinora

renzi(di – linkiesta.it) – Se c’è una cosa in cui siamo bravi, noi italiani, è piangere miseria. E in questi ultimi anni abbiamo dato enorme prova di questa dote. Non era difficile, del resto: di fronte c’era l’Europa cattiva, quella che ci ha costretto a firmare l’orrido fiscal compact, che ci obbligherebbe a portare, nel medio periodo, il nostro debito pubblico al 60% del Pil e che il premier Matteo Renzi anche ieri, alla manifestazione del Partito Democratico di Piazza del Popolo sul referendum costituzionale, ha detto di voler cancellare dai trattati comunitari. Quella stessa Europa che ci ha infuso tale e tanta paura da farci inserire in Costituzione il pareggio di bilancio. Che, tuttavia, persino l’ultimo eurocritico Renzi non ha ritenuto opportuno levare dalla Carta, nonostante abbia messo mano ad altri quarantaquattro articoli.

Ormai sono passati cinque anni da quei giorni, dalla letterina di Bruxelles che ha defenestrato Berlusconi e portato a Palazzo Chigi il governo in loden di Mario Monti e dei suoi tecnici. E forse dovremmo dircelo, ora che gridiamo il nostro «Basta all’austerità» che nell’ultimo lustro, di austerità, perlomeno nella Penisola, non se n’è vista nemmeno un po’. Tanti proclami, minacce, piagnistei, ma alla resa dei conti abbiamo continuato a vivacchiare come facevamo prima, se non peggio. Non ci credete? Eccovi i numeri.

Partiamo dalla spesa pubblica. Leggenda vuole che sia crollata, in questi anni di vacche magre. E che sia proprio questo il motivo della crisi recessiva italiana. Ne siamo sicuri? Nel 2015 la spesa pubblica è stata pari a circa 830 miliardi di euro. In un anno, è aumentata più o meno di 40 miliardi di euro. In termini percentuali, il risultato non cambia: dieci anni fa la spesa pubblica italiana era pari al 47,4% del Pil. Nel 2016, è la legge di bilancio appena presentata a dirlo, sarà al 49,5%. Prima bugia quindi: no, la spesa pubblica non è diminuita, in questi anni di presunta austerità.

E dire che ci sarebbe un’austerità che funziona e che fa crescere. È esattamente l’opposto di quella che abbiamo sperimentato negli ultimi dieci anni. Anziché aumentare la spesa, bisognava tagliarla. Anziché azzerare gli investimenti pubblici, bisognava sforbiciare trasferimenti e assistenzialismo. Anziché aumentare le tasse, bisognava ridurle

Le cattive notizie non finiscono qui, tuttavia. Perché, perlomeno, dieci anni fa buona parte della spesa pubblica era composta dalla spesa per interessi – i tassi erano in crescita, allora, non sotto zero – e da quella per gli investimenti. Ora, invece, di interessi paghiamo poco o nulla, mentre gli investimenti pubblici, dall’inizio della crisi ad oggi, sono crollati di circa 30 punti percentuali. A crescere, insomma, è stata soprattutto la spesa per i trasferimenti, le pensioni e l’assistenza pubblica, l’acquisto di beni e servizi. Alla faccia della spending review e dei suoi cinque commissari sedotti e abbandonati. Seconda bugia: nemmeno la qualità della spesa pubblica è migliorata. Anzi.

Come mai allora si dice che in questi anni è aumentato l’avanzo primario, ossia la differenza tra entrate e uscite al netto della spesa per gli interessi sul debito? Semplice: perché sono aumentate le entrate. Dal 2002 al 2015 le entrate tributarie sono passate da 330 a 440 miliardi di euro, con una battuta d’arresto solamente tra il 2008 e il 2009, anni di crollo del Pil. Probabilmente è merito anche della lotta all’evasione fiscale, certo. Ma anche del fatto che la pressione fiscale è aumentata sino ad arrivare al 43,5% del Pil. La parte del leone l’hanno fatta le imposte indirette: tra il 1997 e il 2015 le abbiamo aumentate di 3,2 punti percentuali, record europeo. Terza bugia, quindi: no, le tasse, complessivamente, non sono diminuite.

Il risultato di tutto questo non può che essere l’aumento del debito pubblico, che da grande che era dieci anni fa è diventato ipertrofico, toccando quota 2.252 miliardi di euro (record assoluto!) lo scorso luglio, ultima rilevazione effettuata. Soprattutto, dal 2006 a oggi è passato dal 105% al 132% rispetto al Pil. E dire che avremmo dovuto ridurlo, stando al Fiscal Compact. Che oggi vogliamo rottamare, ma che di fatto non abbiamo mai nemmeno lontanamente finto di rispettare.

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E dire che ci sarebbe un’austerità che funziona e che fa crescere. È esattamente l’opposto di quella che abbiamo sperimentato negli ultimi dieci anni. Anziché aumentare la spesa, bisognava tagliarla. Anziché azzerare gli investimenti pubblici, bisognava sforbiciare trasferimenti e assistenzialismo. Anziché aumentare le tasse, bisognava ridurle.

L’avessimo fatto staremmo parlando di un Paese diverso. L’avessimo fatto, oggi forse non ululeremmo contro l’Europa, l’austerità, il fiscal compact, De Mita e la prima repubblica, ma andremmo a Bruxelles a testa alta, coi conti (un po’ più) in ordine, un’economia (un po’) meno malconcia e qualche margine di manovra in più per farci dare una mano con profughi e migranti e per sistemare il nostro sistema bancario scassato. A ognuno il destino che si merita.

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