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Giovani e Sud contro Renzi: il No alla riforma costituzionale è l’urlo di chi sta male

Paradossi elettorali: secondo i sondaggi, chi avrebbe tutti gli interessi a cambiare le cose è contro le modifiche costituzionali proposte dal governo. Un grido di rabbia verso la politica che Renzi rischia di pagare per tutti

giovani(di – linkiesta.it) – Può sembrare un paradosso, in apparenza. Perché di solito è chi sta male che vuole cambiare lo status quo, mentre chi sta bene se lo tiene stretto. In Italia, se si guardano i sondaggi sulle intenzioni di voto per il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, invece, avviene esattamente il contrario. I No volano soprattutto tra chi è stato colpito più duramente dalla crisi, i giovani e chi risiede Sud, mentre il Sì conquista soprattutto gli elettori anziani e quelli del centro nord.

La base empirica è un sondaggio Demos realizzato su un campione di 1213 elettori, ma quasi tutte le indagini demoscopiche disegnano più o meno lo stesso scenario. Banalizzando: chi sta bene vota Sì, chi sta male vota No. Con tanti saluti alle discussioni sul merito della questione, dalla fine del bicameralismo perfetto alla riforma del rapporti tra Stato e regioni,dall’abolizione del Cnel alla diminuzione dei costi della politica. Tutte questioni, non a caso, che prese singolarmente incontrano il favore di una larga maggioranza degli elettori.

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È da almeno un ventennio che le politiche seguono quest’andazzo, dai tempi di D’Alema e Berlusconi, di Brunetta e di Bersani. Il paradosso è che Renzi, quello che voleva invertire la tendenza, dando voce spazio e risorse a giovani e outsider, rischia di pagare per tutti. Mentre chi l’ha preceduto potrebbe finire per godere – almeno un po’ – della sua eventuale sconfitta

È evidente, insomma, che si sta votando su qualcos’altro. Renzi ci ha messo del suo, a dire il vero. Difficile coprire un’azione di governo che raramente ha messo il Mezzogiorno al centro della scena con il G7 a Taormina, la boutade del Ponte sullo Stretto e O Sole Mio come colonna sonora della manifestazione romana di sabato scorso. Ed è allo stesso modo arduo risalire la china a colpi di mancette ai diciottenni se le politiche governative degli ultimi anni hanno in larga parte privilegiato chi ha già un lavoro a tempo indeterminato, una casa di proprietà, una pensione.

Intendiamoci, è da almeno un ventennio che le politiche seguono quest’andazzo, non certo dall’ultima legge di bilancio e la quattordicesima alle pensioni minime non è certo la pietra dello scandalo degli ultimi vent’anni. Dai tempi di D’Alema e Berlusconi, di Brunetta e di Bersani. Il paradosso è che Renzi, quello che voleva invertire la tendenza, dando voce spazio e risorse a giovani e outsider, rischia di pagare per tutti. Mentre chi l’ha preceduto potrebbe finire per godere – almeno un po’ – della sua eventuale sconfitta.

C’è chi dice sia una scelta corretta, quella di Renzi e del suo spin doctor americano Jim Messina, di puntare sugli elettori dai capelli bianchi. Gli anziani sono di più dei giovani e vanno a votare in misura maggiore rispetto ai giovani. C’è chi pensa che dimenticare chi dalla crisi è stato più penalizzato sia un errore mortale perché il rancore e la rabbia sono un propellente in grado di spingere alle urne anche l’elettore più pigro.

Quel che è sicuro è che il 5 dicembre, comunque vada, non cambierà la vita dei giovani italiani e di chi abita al Sud. Chi non ha un lavoro continuerà a non averlo, tanto per essere chiari. Tuttavia – e lo diciamo a Renzi così come, preventivamente, a chi potrebbe venire dopo di lui – non sarà l’urgenza di nuove riforme istituzionali ciò a cui servirà dare risposta a partire da quel giorno. Il malessere ha altre ragioni. E ogni pretesto sarà buono per manifestarle.

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