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“Costi Concordia”: di Marco Travaglio

sisma-terremoto-amatrice-umbria-rieti-marche-829714(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) Davvero ciò che serve all’Italia terremotata è la fine delle divisioni politiche in nome della Grande Unità Nazionale per la Ricostruzione? Davvero le piaghe strutturali e purulente riaperte dal terremoto infinito dipendono da un eccesso di conflittualità fra governi e opposizioni e solo un balsamico spegnimento della polemica politica ci aiuterà a ricostruire in assoluta sicurezza gli edifici e i monumenti crollati? A leggere i giornali, a vedere i tg e a sentire i politici di ogni colore che blaterano di “solidarietà nazionale”, “unità”, “pace”, “concordia”, “patti”, “tavoli” e financo di rinviare il referendum (quel gran genio di Castagnetti), parrebbe proprio di sì. A saper collegare i puntini della storia recente di un Paese che non riesce mai a trovare una sana via di mezzo tra la rissa permanente e l’eterno inciucio, si direbbe proprio di no – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 01 novembre 2016, dal titolo “Costi Concordia” –.

1.Il governo Renzi si regge su un’ampia maggioranza alla Camera e su una più risicata al Senato: quindi, per far approvare i suoi provvedimenti, non ha bisogno dei voti delle opposizioni. Che devono controllare ciò che fa il governo, votando ciò che ritengono giusto e contrastando ciò che ritengono sbagliato.

2. Il governo Renzi è impegnato in una perenne polemica con la Commissione europea, a cui chiede alcune cose irragionevoli (il permesso di violare gli impegni da esso stesso assunti per la riduzione del debito e il contenimento del deficit) e alcune sacrosante (l’esclusione delle spese per la ricostruzione post-terremoto e per l’accoglienza dei migranti dal patto di Stabilità). Se non mendicasse le prime, avrebbe più potere contrattuale sulle seconde, che comunque l’Ue non pare intenzionata a negargli. E, sulle richieste ragionevoli, sarebbe più credibile se evitasse di reclamare 3,4 miliardi di nuova flessibilità per il terremoto per poi dirottarne i 3/4 sui bonus più o meno elettorali.

3.La legge di Stabilità appena presentata, sul post-terremoto è largamente insufficiente e talora: la ricostruzione di Amatrice e degli altri comuni devastati dal sisma di agosto è prevista entro il 2047, cioè fra 31 anni. E il piano Casa Italia per la prevenzione è poco più di un sacco vuoto. Siccome i comuni ad alto rischio sismico sono il 38%, con 6,2 milioni di edifici, occorrono decine di miliardi. Che non si possono trovare tutti subito, ma che bisogna iniziare a rastrellare. Non facendo altre cambiali da accollare alle future generazioni, sforando ancora il debito e il deficit, ma con un’imposta patrimoniale e una seria lotta all’evasione e agli sprechi. (La legge di Stabilità regala 97 milioni alla Ryder Cup di golf: e cambiano la Costituzione per risparmiarne 40?).

4. Inaugurando la Nuvola all’Eur, la sindaca Raggi ha denunciato 18 anni di sprechi e rinvii e s’è beccata i fischi dei magnamagna in platea. Standing ovation invece per i colpevoli degli sprechi e dei rinvii. In un Paese così occorre più opposizione, non meno.

5. Il mondo delle costruzioni non dà garanzie né di trasparenza né di efficienza. Nelle carte dell’ultima retata per le tangenti sulle grandi opere, l’aspetto meno allarmante è la corruzione: “colla” al posto del cemento armato e costi gonfiati ad arte (da 18 a 61 milioni per l’inutile Terzo Valico) dalla Salini Impregilo, festeggiata un mese fa da Renzi, che dovrebbe regalarci (si fa per dire) il Ponte sullo Stretto. Nella civilissima Lombardia, basta un Tir per polverizzare un viadotto; e un manager inquisito rivela che tutti gli appalti continua a spartirseli la solita cricca di coop rosse e bianche e costruttori noti alle cronache giudiziarie dai tempi di Tangentopoli. Un ras della ’ndrangheta dice di essersi pappato il 70% dei lavori di Expo col trucco dei subappalti. E i manager e costruttori sentiti dai pm che indagano su Expo assicurano che lo staff di Beppe Sala aveva un “unico interesse: concludere i lavori entro aprile 2015” a costo di “arretrare la soglia della legittimità amministrativa” con una “deregulation dettata dall’emergenza”. La Mantovani vinse una gara con un ribasso assurdo del 42%, ma anziché verificarne la congruità “Sala ripeteva che ‘l’unica cosa che non manca sono i soldi’”. Tutto ciò non risale al solito vago “passato” da dimenticare. Accade oggi, età dell’oro del renzismo arrembante che si accinge a stanziare – com’è giusto – miliardi per la ricostruzione post-terremoto, affidando – com’è inevitabile – centinaia di appalti. Chi ci garantisce gare non truccate, niente appalti a trattativa diretta, niente subappalti a imprese mafiose, niente costi lievitati, niente risparmi sui materiali per accollare le mazzette ai contribuenti, nessuna impresa già condannata? Renzi ripete il magico abracadabra: “Controllerà tutto Cantone” (cui il governo lesina 83 milioni per far funzionare l’Anac). Per fortuna non ha aggiunto “ricostruzione modello Expo”, come aveva incautamente fatto ad agosto. Ma, con tutto il rispetto per Cantone, anche Expo e le altre grandi opere degli ultimi scandali erano sotto controllo dell’Anac. Quindi Renzi la smetta di usarlo come il Dash che “lava più bianco” o il confetto Falqui che “basta la parola”. Cantone non basta se non cambiano le regole per la ricostruzione: gara obbligatoria per ogni appalto e incarico, niente subappalti, fuori le imprese condannate, agenti provocatori per offrire tangenti ai pubblici amministratori e testarne l’integrità. Le opposizioni devono battersi per questo, tenere gli occhi ancor più aperti e denunciare l’eventuale ritorno dei soliti andazzi e dei soliti noti. Se le norme antisismiche vengono violate da più di 30 anni, non è perché c’era troppa opposizione. Ma perché ce n’era troppo poca.

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