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Il “nuovo” marcio di Matteo Renzi

Jobs act: Renzi, dà meno alibi e non meno diritti(di Mauro Mellini – opinione.it) – C’è un perverso filo conduttore del “riformismo” di Matteo Renzi, che caratterizza tutto ciò cui vuol mettere mano con la pretesa di essere “il nuovo”.

Non si può dire che esso sia il portato di una ideologia fasulla e pericolosa, semplicemente perché sarebbe una sopravvalutazione, una grottesca apologia: Renzi non ha ideologie ed il guaio è che non ha neppure idee chiare, degne di questo nome. È più che un “rottamatore”, è l’uomo dei rottami, dei residuati tossici di ideologie travolte dalla storia, del “sentito dire”, della schiuma affiorante dal torbido, delle “semplificazioni” paraintellettuali, della comunicazione che prevale su quello che dovrebbe comunicare.

Prendiamo la “riforma” scolastica. Le ha trovato un nome accattivante e bonario: “Buona scuola”. Un po’ come le denominazioni propagandistiche ed apologetiche della legge di riforma costituzionale, che ha voluto figurasse nel quesito del referendum. C’è in comune il metodo, tipico degli imbroglioni e dei ciarlatani, di mettere avanti la qualità, naturalmente “ottima” del prodotto, prima di dichiararne e specificarne la natura, se sia un dentifricio o un farmaco contro i dolori reumatici.

Ma c’è un disegno comune tra la riforma scolastica e quella costituzionale. È un disegno sostanzialmente autoritario. La mancanza di “autorità”, in uno come Renzi, come nei suoi, che spesso è tirata in ballo da quelli che vogliono buttarsi le preoccupazioni più fondate dietro le spalle, è cosa che non ha mai impedito il sopravvenire di autoritarismi. Non è certo qui e non di certo io posso fare una esposizione della cosiddetta “Buona scuola”.

Si tratta, del resto, diversamente da quella costituzionale, di una “riforma” già in vigore, di cui si sono potuti cominciare a sperimentare gli effetti, e di cui sono amareggiati testimoni migliaia di insegnanti. Voler far passare le loro proteste, il loro corale “No” alla scuola renziana per il solito mugugno dei rassegnati all’immobilismo che si erano ritagliati una niccchia nell’inefficienza del sistema è una indegna beffa che si aggiunge al danno. Danno alla libertà di insegnamento, conseguenza delle “direttive” ministeriali e, ancor più, forse, con la prevista possibilità di sottrarvisi non ai singoli docenti ma evidentemente per via “concordataria”, a non meglio precisati “gruppi”, bollati, intanto, e circoscritti, come “minoritari”. E poi lo strapotere dei presidi, con la facoltà addirittura di “mettere in ruolo” per chiamata gli insegnanti, in contrasto con l’articolo 97, comma 3 della Costituzione (cosa di cui ha subito beneficiato la moglie di Renzi). La “Buona scuola” abolisce le carriere degli insegnanti, sostituendole con una ambigua e strumentale, proprio fatta per ogni arbitrio, “premialità” di qualche tozzo di pane in più per chi “tira la carretta”. “Libertà di insegnamento” (articolo 22 della Costituzone) addio!

Ma troppo lungo sarebbe l’elenco delle prevaricazioni e delle stoltezze del “nuovo” renzismo nella scuola. Qui vogliamo solo sottolineare che la “svolta autoritaria” che con ottimismo ipocrito molti fautori interessati del “Sì” al referendum dichiarano essere previsione addirittura ridicola delle conseguenze del “nuovo regime” e della revisione costituzionale, per quel che riguarda la scuola, cardine morale della Repubblica, addirittura anticipa l’autoritarismo che si profila. Un particolare: anche la riforma scolastica, come quella costituzionale pare che sia stata tra i “consigli” della Morgan. Ce n’è lo stampo.

A parte gli interessi, chiaramente non culturali di quei banchieri d’altri lidi, una visione che scambia (?) risultati e conseguenze con i presupposti ed i principi informatori, è comune alle due cosiddette riforme. E comune ci auguriamo sia la risposta del Popolo italiano. Un “No fermo e consapevole all’oltraggio alle libertà, al diritto, ai diritti, alla scienza, alla compromissione del nostro avvenire.

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