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L’Arno può attendere, la Leopolda no

Il tratto Torrigiani è stato sistemato in 4 mesi. Pronto per la kermesse renziana. Mentre da 50 anni s’aspetta la messa in sicurezza del fiume, che fa ancora paura.

firenze-allu-161104124329_big(di – lettera43.it) – È proprio vero, volere è potere.
Soprattutto se di mezzo c’è la kermesse renziana per antonomasia: la Leopolda.
A tempo di record, a Firenze sono stati ultimati i lavori di completo ripristino del tratto del Lungarno Torrigiani interessato dalla voragine apertasi nella notte fra il 24 e 25 del maggio scorsi.
Il 4 novembre quel pezzo di strada, fondamentale per la viabilità cittadina, viene riaperto alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella. E nello stesso giorno, in cui ricorrono i 50 anni dall’alluvione, si apre la manifestazione ideata e voluta dal premier Matteo Renzi.
I lavori sul Lungarno Torrigiani.RISCHIO ALLUVIONE ELEVATO. Un perfetto gioco d’incastri da apparire sin troppo lineare nella sua apparente casualità. Perché in realtà l’Arno, da cui tutto parte, è ancora un fiume che fa paura.
La celerità per ripristinare il Lungarno Torrigiani non c’è mai stata per i lavori di messa in sicurezza del fiume.
«Le alluvioni nei secoli passati hanno dimostrato una cadenza precisa, di una volta ogni 100 anni, pertanto il rischio che anche a Firenze entro il 2066 ce ne possa essere un’altra è molto elevato, bisogna stare pronti», ha detto il climatologo Giampiero Maracchi, presidente dell’Accademia dei Georgofili, a margine di un convegno sull’Arno.
Ma il vero problema è un altro: «Se dovesse succedere un altro evento alluvionale, la città di Firenze non sarebbe in sicurezza nemmeno oggi, dopo 50 anni», spiega il climatologo, «anche se le singole istituzioni hanno fatto opere per tutelarsi».
Tradotto significa che le biblioteche non sono più al piano terra, ma ai livelli superiori. Ciò che non è stato fatto sono i lavori per la messa in sicurezza del fiume.

 

  • Le immagini dell’alluvione del 1966.

L’Arno resta sorvegliato speciale, ma i lavori latitano

«Dopo l’evento del ’66, l’espansione urbanistica non ha tenuto conto delle esigenze dell’Arno», spiega Aldo Piombino, collaboratore esterno del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze e blogger scientifico tra i più seguiti in Italia. «Quanto ai lavori per ovviare al problema, dopo il disastro ne erano stati ipotizzati tanti, ma gli interventi reali sono stati pochi: ad esempio di tutti gli invasi previsti dalla Commissione De Marchi ne è stato realizzato uno solo, Bilancino, che per giunta serve solo a regimare le magre e non le piene».
Dunque l’Arno resta un sorvegliato speciale e Firenze una città ad alto rischio alluvione.
Il presidente del comitato alluvione, Giorgio Federici, dice che «la speranza è mettere in sicurezza il fiume che attraversa Firenze entro il 2026» . Speranza, non certezza.
L'alluvione del 1966 fece 37 morti.RIORGANIZZAZIONE A RILENTO. A Firenze i morti furono 37, ma sarebbero stati molti di più se non si fossero verificate alcune circostanze fortunate. A partire dal fatto che quel giorno del 1966 era festa e nessuno andava a scuola o a lavorare, nessuno era andato a messa: quando l’Arno esondò i fiorentini erano quasi tutti a casa, come ricordano le cronache di allora.
Mentre esecutivo e amministratori locali ripetono incessantemente che «siamo tutti più sicuri», l’Autorità di Bacino, l’organo tecnico che ha il compito gestire e programmare in maniera unitaria e integrata le opere di difesa idraulica e di assetto del territorio, sta andando alla deriva, in attesa di un intervento governativo che tarda a giungere.
Più di un anno fa, il parlamento ha proceduto alla riorganizzazione della governance, sancendo il passaggio dall’Autorità di Bacino alle Autorità di Bacino Distrettuali. Il passaggio è rimasto sulla carta, perché mancano ancora i decreti attuativi che riallocano il personale e rendono pienamente operative le nuove strutture.
Insomma, ci sono le braccia ma non la testa. E l’Arno resta un problema. La speranza è che non debba esserci bisogno di altri Angeli del Fango.

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