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Renzi: dopo di me il diluvio

renzi-vs-travaglio-a-otto-e-mezzo-837201(Franco Bechis per Libero Quotidiano) – Après moi, le déluge. Cerca di liberarsi da quell’errore originario del referendum su di sé, Matteo Renzi. E chiudendo la Leopolda ieri ha fatto riecheggiare a modo suo il celebre motto del re di Francia, Luigi XV. Per la prima volta in un discorso pubblico il premier ipotizza anche di poter perdere il referendum costituzionale del 4 dicembre, e fa capire che certo dopo pioverà, forse pure diluvierà. Ma – ecco la novità – resterà lui a fare da ombrello. Après moi, moi!

È la nuova versione di quel motto, perché ieri dalla stazione Leopolda Renzi ha provato ringhiando a cambiare rotta: «Al giugno 2017, all’ appuntamento con il G7 della cultura di Taormina, non arriveremo con un governicchio tecnichicchio». È l’unico riferimento fatto a un eventuale vittoria del No al referendum, e fa capire che Renzi è pronto a dare battaglia. Anzi, ha iniziato a tirare fuori la spada proprio qui alla Leopolda, dove più che la classica riunione fra fedelissimi è sembrato svolgersi un antipasto del prossimo congresso del Pd.

Una domenica iniziata non proprio sotto il migliore degli auspici. Sulla Leopolda già dedicata ai disastri naturali (il terremoto, ma anche il 50° anniversario dell’ alluvione di Firenze), sulla stazione renziana per eccellenza si è abbattuto un vero e proprio nubifragio.

Pioggia che è battuta man mano più forte nelle due ore in cui secondo copione si sono alternati sul palco i testimoni (sindacalisti, imprenditori, docenti, esponenti della società civile, e fra i vip l’attore Alessandro Preziosi e il creatore di Eataly, Oscar Farinetti). Ma scoccato il mezzogiorno, si è alzato Renzi e prima ancora di salire sul palco ha preso in mano il microfono.

Musica adatta al grande evento, qualche minuto di pausa perché la scenografia doveva cambiare e nel momento stesso in cui il premier stava per iniziare il suo discorso, è arrivato un grande bagliore e uno scoppio fragoroso: un fulmine era sceso a pochi metri da lì. Black out alla Leopolda, microfoni, monitor e luci (salvo quelle di emergenza) spenti. Renzi ha dovuto aspettare una decina di minuti così, poi la corrente è tornata e i tecnici rapidamente gli hanno consentito di iniziare. Non era esattamente di buon auspicio, ma il leader Pd ne ha voluto sorridere: «È stato tutto organizzato come castigo divino per i nostri discorsi di questi giorni».

Renzi ha iniziato anche se ha rischiato di essere fulminato, e ha lanciato lui lampi e tuoni nei confronti di chi gli si oppone nel partito. Giocava in casa certo, ma la Leopolda era davvero piena di gente, in entrambi i capannoni. Non c’era posto nemmeno in piedi, e sembrava ci fosse lì assai più gente di quella vista il sabato precedente in piazza del Popolo a Roma durante la manifestazione per il Sì. Il premier aveva già notato che la platea si scaldava già sabato con Maria Elena Boschi ogni qual volta veniva citato un esponente della minoranza Pd.

In testa al fischiometro senza ombra di dubbio Massimo D’Alema: al suo nome la gente si alzava in piedi, faceva gestacci, urlava «buuuhhh» e giù fischi collettivi. Ma anche Pier Luigi Bersani sembrava piazzato bene. Renzi ne ha fatto tesoro e ogni 10 minuti durante il discorso finale faceva accenno a uno dei due. E veniva giù la stazione. Fino all’apoteosi, con tutti in piedi a urlare all’ indirizzo di Bersani, D’ Alema & C «Fuori! Fuori!…».

Fin troppo, tanto che verso le due del pomeriggio, a luci della kermesse spenta, prova ad attutirne il colpo quel democristianone del portavoce di Renzi, Filippo Sensi, sia pure scherzando mentre passava fra i banchi della sala stampa: «Avete capito male. Dicevano Fiori!, Fiori!».

Siccome da gran parolaio e comiziante Renzi non è davvero secondo a nessuno, sono state piuttosto efficaci le saette lanciate verso i suoi nemici interni. Di Bersani e D’ Alema prima ha detto che «stanno solo cercando di rientrare in partita. E dopo avere causato la fine dell’ Ulivo, vogliono decretare la fine del Pd…». E ancora, con il pubblico eccitato come uno squalo davanti al sangue: «Vogliono solo difendere i loro privilegi e sanno che il 4 dicembre è la loro ultima occasione per tornare in pista. Non c’è altro, lo hanno capito anche i bambini, ma quale articolo 70!».

La coppia da infilzare è venuta buona anche quando in altra parte del discorso Renzi si è vantato del suo rapporto speciale con Barack Obama. È volato subito alle elezioni Usa, augurandosi la vittoria di Hillary, e ha fatto un parallelo con l’Italia: «Lì Bernie Sanders sta lavorando per la Clinton contro Trump. Questo, ai teorici della ditta – a quelli che quando ci sono loro è la ditta e quando ci sono gli altri è l’anarchia – andrebbe spiegato…».

Dopo la Leopolda a sera Renzi è stato al primo faccia a faccia di Giovanni Minoli per La7, e ha continuato il suo diluvio, pur iniziando con un pizzico di autocritica: «Il mio difetto? Talvolta sono troppo cattivo, arrogante, e talvolta impulsivo». Quanto al referendum si è detto sicuro che «finisce sul filo di un milione di voti», e che anche in caso di vittoria del No non ci sarà tempesta finanziaria: «L’aumento dello spread non mi fa paura neanche in caso di vittoria del No. Certo bisogna fare le riforme, altrimenti l’Italia è finita».

In trasmissione è anche tornato all’inizio del suo governo, quando fece le scarpe a Enrico Letta: «È una cosa che mi rode dentro, prima o poi la racconterò nel dettaglio. Lui sa come sono andate le cose». Infine due battute su Mps. Renzi non è pentito del consiglio dato di investire sui titoli della banca senese (che subito dopo andarono a capofitto): «Lo penso tuttora e credo che se ci sia un investitore italiano o straniero che voglia investire nella banca sia un affare».

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